Murder, My Sweet e lo sguardo negato

Murder, My Sweet – L’ombra del passato è uno dei primi film che chi vuole farsi una cultura noir dovrebbe vedere, al di là del valore complessivo di un’opera che si è ritagliata il proprio spazio nella storia del cinema pur presentando alcuni problemi che il suo film fratello non ha, Double Indemnity – La fiamma del peccato, capolavoro del 1944 tratto da un racconto di James Cain, maestro della narrativa hard boiled come Raymond Chandler, autore di Farewell, My Lovely, il romanzo da cui è tratto Murder, My Sweet.

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Studiando per gli esami…

Noir for the beginner, manuale d’istruzioni indispensabile per individuare tutti i cliché del genere, esplorati in una pellicola che si posiziona all’apice di un contrasto tra il cinema americani degli anni ’30, figlio della grande depressione, e quello degli anni ’40, figlio della guerra. Murder, My Sweet esce il 9 dicembre 1944, sei mesi prima del bombardamento atomico su Hiroshima e Nagasaki. È Hollywood la portavoce di problemi sociali iscritti in film intesi come intrattenimento a buon mercato per le masse, similarmente a quanto era avvenuto nel decennio precedente, vedi il pluripremiato Accadde una notte di Frank Capra, allegoria in chiave romantica della depressione.

La domanda da porsi è quindi in che modo Murder, My Sweet – e, più in generale, il noir – sia un riflesso di una società, l’America degli anni ’40.

Philip Marlowe, il detective protagonista del film, condivide con James Bond, Batman, Sherlock Holmes e altri personaggi di culto l’onore di essere stato apprezzato da più generazioni, ognuna delle quali caratterizzata da diverse sfumature.

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Come queste.

Più o meno tutti i cinefili dai vent’anni in su hanno apprezzato l’interpretazione di Humphrey Bogart in The Big Sleep – Il Grande Sonno, senza dimenticare i preziosi apporti al ruolo da parte di Robert Mitchum, Elliott Gould e James Garner in film che hanno revisionato un genere in continuo rinnovamento. A noi interessa il Marlowe di Dick Powell, il più aspro mai visto su grande schermo.

Nell’ultimo anno si è molto discusso circa l’interpretazione di Michael Keaton in Birdman, un attore celebre per aver interpretato il personaggio di Batman in due film di Tim Burton, chiamato a risollevare la propria carriera dopo anni di declino in un ruolo tendente al metacinema. Un parallelismo con Powell è possibile. Ricordato dal pubblico americano per essere stato, negli anni ’30, un grande interprete delle commedie musicali, Powell revitalizzò la propria carriera adottando un portamento da tough guy tipico del noir. Prima dell’uscita del film nelle sale, i distributori cambiarono il titolo, da Farewell, My Lovely a Murder, My Sweet, cosicché i cinefili non potessero confondere un noir con la parola “Murder” nel titolo con un altro musical di Powell.

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La rivoluzionaria interpretazione di Marlon Brandon in Un tram che si chiama desiderio dista ancora sette anni, quella recitazione carnale che abbandona ogni residuo di classicità in cui il noir si iscrive, pur rappresentando un testo sovversivo. Quando esce Murder, My Sweet Bogart aveva già interpretato Marlowe in The Maltese Falcon – Il Mistero del Falco, ma Bogart mantiene una compostezza che perde solo nelle sue interpretazioni migliori, Il tesoro della Sierra Madre di Huston e In A Lonely Place – Il diritto di uccidere di Ray. Senza il Marlowe di Powell, invece, parlantina rapida, gestualità aggressiva e pochi sorrisi, non ci sarebbero state le interpretazioni di Glenn Ford ne Il Grande Caldo e di Ralph Meeker in Kiss Me Deadly – Un bacio e una pistola.

Diretto da Edward Dmytryk, mantiene un tema ricorrente nella produzione del regista di origine ucraina: il protagonista, accusato di un omicidio che non ha commesso, è costretto a dimostrare la sua innocenza ai colleghi, che sono poliziotti in Murder, My Sweet e militari in Crossfire – Odio Implacabile, la cui struttura a flashback ricorda molto quella del noir con Dick Powell. Ironicamente, dopo un iniziale rifiuto a cui fece seguito una breve incarcerazione, Dmytryk fu uno dei registi che collaborarono con la commissione per le attività antiamericane in pieno maccartismo, facendo nomi di colleghi affiliati al partito comunista per salvarsi la carriera.

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Edward Dmytryk (1908 – 1999)

Lo stile di Murder, My Sweet è influenzato dalla produzione, la RKO. Oltre ad aver lanciato la carriera cinematografica di Orson Welles con il rivoluzionario Citizen Kane – Quarto Potere, la RKO nei primi anni ’40 aveva prodotto una serie di horror di serie B i cui registi, in mancanza di grandi set, effetti speciali elaborati e grandi star come quelle che potevano permettersi alla Universal, avevano utilizzato ombre, angoli di ripresa espressionisti e rumori inaspettati per incutere terrore nel pubblico. L’horror della RKO più famoso, che consiglio a tutti, è Cat People – Il bacio della pantera di Jacques Tourneur, un altro che diventerà un maestro del noir, rifatto da Schrader quarant’anni dopo. Murder, My Sweet, come tanti altri noir, è girato con le tecniche di un film dell’orrore, genere in cui Dmytryk si era specializzato dietro le quinte delle piccole produzioni RKO.

La domanda giusta da porsi ogni volta che si cita il noir, spesso in modo improprio – soprattutto, e questo è molto interessante, per pubblicizzare alcune produzioni amatoriali italiane, come se il noir elevi il fascino di un determinato prodotto, forse un esotismo? – non è “cos’è il noir?”, bensì “cosa non è il noir?”. E questo ci conduce al mio primo e unico comandamento.

Nel noir l’importante non è l’arrivo, ma il percorso.

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Aspettare una risoluzione a tutti gli enigmi presentati in un noir è frustrante. La trama di Murder, My Sweet è praticamente impossibile da sintetizzare, e se lo facessi, vi accorgereste che, in fondo, non ha senso. Sono le situazioni specifiche, ripetitive, in cui si trova l’antieroe, a distrarre lo spettatore dalla comprensione diegetica, in secondo piano.

Murder, My Sweet si apre in modo minaccioso. Una lampada puntata sugli occhi dello spettatore. Siamo nel mezzo di un interrogatorio. Qualcuno è morto. Marlowe è accusato di omicidio. La polizia lo pressa, in cerca di una confessione. Ha problemi alla vista, costretto a indossare una benda sugli occhi, non sappiamo il perché. Cos’è successo?

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Flashback. Marlowe è nel suo ufficio, ha un cliente. Moose Malloy, uscito di galera dopo aver scontato 8 anni, tutto muscoli e niente cervello, gli chiede di ritrovare la sua fidanzata, Velma. Marlowe si reca nel nightclub dove un tempo la ragazza lavorava, ma non c’è più traccia di lei, come se non fosse mai esistita. La caccia alla donna, ben presto, viene messa in secondo piano, di fronte all’opportunità di lavorare per Lin Marriott, un uomo che propone a Marlowe di aiutarlo a riscattare una collana da 100.000 dollari.

Di qui in poi, le due trame, fino a metà del film parallele, si intrecciano, e non vado oltre. C’è una femme fatale, c’è una sparatoria in cui qualcuno muore, c’è persino un MacGuffin tipico della produzione di Alfred Hitchcock, la collana.

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Claire Trevor è la femme fatale di Murder, My Sweet.

Prima del noir, in piena epoca classica, gli anni ’30, lo stile dominante a Hollywood era lineare, composto da regole di montaggio stabilite da David Griffith negli anni ’10, e sceneggiature che dovevano attenersi ad un codice di autoregolamentazione rigidissimo, almeno nei primi anni. Una linearità stilistica equivale a una linearità morale. Lo spettatore, di fronte ad un film ordinato, è tenuto a non oltrepassare i limiti della storia. La difficoltà di comprendere Murder, My Sweet, ostacolati da una moltitudine di personaggi, da flashback, da angoli di ripresa estremi, è una difficoltà funzionale all’esperienza del film, perché è lo stile a guidare la reazione dello spettatore. Uno stile complesso conduce ad una risposta complessa.

Murder, My Sweet è un film che si basa sulla difficoltà di guardare. La luce della lampada acceca lo spettatore. L’incapacità di vedere da parte di Marlowe viaggia parallela all’incapacità di comprendere. A metà del film, Marlowe viene drogato e tenuto prigioniero per tre giorni, in una scena alternata da dissolvenze incrociate e da una doppia esposizione tipica del cinema surrealista, che sperimenta anche Hitchcock in Spellbound – Io ti salverò. Al suo risveglio, la sua vista, in soggettiva, è offuscata, una sperimentazione che ricorda ancora il cinema di Hitchcock – quante ne sapeva, Alfred… -, questa volta in Notorious. Incontra con lo sguardo Moose Malloy tramite il riflesso proiettato sulla finestra del suo ufficio.

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Se Antonioni negli anni ’60 può esprimere la propria visione artistica dirigendo personaggi girati di spalle, se Resnais può costruire una narrazione a flashback con stacchi di montaggio che evidenziano contrasti morali, questo un regista come Dmytryk non lo può fare, perché deve attenersi ad una rigidità prevista dall’ordinamento hollywoodiano. E allora, il modo che avranno registi come Dmytryk, Billy Wilder, Tourneur, Preminger e tanti altri di uscire dagli schemi, di esprimersi in quanto autori, è di inserire ostacoli tra il film e lo spettatore. È una caratteristica che piacerà tantissimo ai francesi, negli anni ’60, quando già si parla di cinema moderno. Comunicare con lo spettatore attraverso lo stile di regia. È il passo che, d’altronde, è stato necessario per rendere il cinema una materia accademica.

Murder, My Sweet non è un capolavoro, ma è qualcosa che il cinema non era stato fino a quel momento.

Valerio “Old Bull Lee” Carta

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