SOUTHPAW E IL VADEMECUM SULLA BOXE

Antoine Fuqua è un regista che non ha certo bisogno di presentazioni. Il suo è un cinema particolare, è un cinema di vendette, di sudore, di sangue e riscatto, di poliziotti corrotti e via dicendo. Chi conosce il regista lo apprezza, chi non lo conosce non può rimanere indifferente di fronte al suo stile. Personalmente mi ha sempre affascinato. E bene, Antoine Fuqua torna alla regia, dopo il recentissimo e poderosissimo The Equalizer, con Southpaw.

nome in codice SOBRIETÀ
nome in codice SOBRIETÀ

Ora, partiamo dal presupposto che Southpaw non arriva ai livelli di un Equalizer o di un Training day ma ha le sue carte e le gioca bene. Fare film appartenenti al sottogenere “boxe” non è facile e cercare di dire qualcosa di nuovo forse lo è ancor di più. Dai tempi del muto a oggi la storia del cinema è piena di esempi: in Charlot Boxeur di Charlie Chaplin e in Battling Butler di Buster Keaton la boxe era solo un pretesto per girare commedie frizzanti, la prima su un povero diavolo alla ricerca di danaro costretto alla boxe per sopravvivere, la seconda su un ricco che deve conquistare la sua amata battendosi con un pugile professionista. Anche Alfred Hitchcock con The Ring si cimentò nei film sulla boxe ma qui la pugilistica è uno sfondo in cui far muovere la protagonista, una donna che oscilla fra due uomini. Queste prime tre pellicole nel loro complesso si difendono ancora abbastanza bene pur essendo appesantite dal peso degli anni che passano. Di tutt’altra specie è quel capolavoro di Somebody up there likes me di Robert Wise, forse uno dei film più sinceri sulla boxe, uno dei primi ad avere un incompreso come protagonista, un tizio che sin da bambino, dalla vita, ha preso solo pugni in faccia. Ma lassù qualcuno ama Paul Newman e l’happy ending viene garantito. Forse il papà di Southpaw è la pellicola di Wise.

Somebody up there likes me
Somebody up there likes me

E ancora, Day of the fight di Kubrick un corto che è a tratti documentaristico ed è proprio questa la cosa che fa funzionare il filmato, il fatto di ripercorre la giornata del protagonista Walter Cartier prima del match e solo poi concentrarsi sul combattimento stesso.

Con gli anni ’70 si volta pagina, di tutt’altro spessore è Fat City di John Huston, una pellicola che ritrae l’altro volto dell’America, l’America dei disperati che non vedono nella boxe una nobile arte bensì un biglietto di solo andata per fuggire da una cittadina di miserabili. Fat City è un film amaro, con un crepuscolare Stacey Keach affiancato ad un giovane e speranzoso Jeff Bridges.

fat-city
Fat City – Città amara

Dimenticato dai più, in Hard Times il regista Walter Hill propone un film sugli incontri clandestini ambientato durante la Grande Depressione con un Charles Bronson versione barbone che si guadagna da vivere facendo a pugni. Da notare la presenza di James Coburn nella parte del manager con i debiti fino al collo. Ma gli anni ’70 hanno dato vita anche e soprattutto a un prodotto come Rocky. Diretto John G. Avildsen, la pellicola non credo abbia bisogno di presentazioni. Quando pensiamo al riscatto pensiamo a Balboa ma forse ci dimentichiamo troppo spesso che prima di essere un film di “menare” Rocky è una bellissima storia d’amore, è la favola di Adriana e lo Stallone Italiano. Rocky è una storia di riscatto e redenzione. Se Someone up there likes me è il papà di Southpaw, Rocky è la mamma. Gli anni ’80 han partorito quel capolavoro di Raging Bull. Diretto da Martin Scorsese, interpretato da un De Niro fenomenale, Toro Scatenato è la storia di un uomo che lotta con le unghie e con i denti per affermarsi nel mondo della boxe per poi cadere al tappeto colpito al duro volto dalla vita. Ad oggi resta una delle opere biografiche più importanti della cinematografia mondiale. È la vita, fra alti e bassi (bassissimi), di Jake LaMotta, un uomo che ha vissuto passando dalle stalle alle stelle e viceversa.

Clint Eastwood azzanna il nuovo millennio con il suo Million Dollar Baby che ad oggi resta uno degli ultimi esempi di film sulla boxe che dice qualcosa di diverso, d nuovo, di tragico: è in realtà è un film sulla fede, sull’amore, sull’eutanasia. Questo lo rende speciale. Invece Rael Steel ha semplicemente la combo Wolverine+Rocky versione robot e che ci crediate o meno è bello in c*lo.

tipo Robot-Wars. Se non vi basta questo per urlare al capolavoro non so cosa fare.
tipo Robot-Wars. Se non vi basta questo per urlare al capolavoro non so cosa fare.

Tutti questi titoli, ma ce ne sono tantissimi altri, hanno provato a dire qualcosa di nuovo sulla boxe (e non solo). Il punto debole di Southpaw è quello di non dire nulla di nuovo ed anzi prendere in prestito qua e là dove può. Eppure questo film di pregi ne ha tanti.

Billy Hope (Jake Gyllenhaal) è il campione imbattuto dei pesi medio-massimi. È un pugile mancino (“southpaw” per gli anglofoni) e viene dalla strada. Billy Hope quando combatte è arrogante, il suo, un po’ come i film di Fuqua, è uno stile aggressivo e brutale. È un toro, incassa tutti i colpi per poi dare all’avversario gli interessi. Proviene da Hell’s Kitchen ed è cresciuto in un orfanotrofio insieme alla moglie Maureen (Rachel McAdams). Eppure Billy ha un cuore grande come una casa e riesce a trovare il suo posto nel mondo. Grazie alla boxe vive come un re, frequenta le persone giuste, ha un manager (il rapper 50cent) che gli fa guadagnare una barca di soldi.

Arrivati a Maiorca, con il mio amore <3 #chebbello.
Arrivati a Maiorca, con il mio amore </3

È all’apice della sua carriera, ma la moglie prova a convincerlo a cambiare stile di vita. Se non può farlo per lei, deve farlo per la loro bambina, Leyla. Una sera, ospite di una cena di beneficenza, è coinvolto in una rissa con Miguel Escobar, un pugile che vuole combattere contro di lui per ottenere la cintura dei pesi medio-massimi. La sua vita cambierà per sempre ma alla fine anche lui piangendo si renderà conto che Lassù qualcuno lo ama. La pellicola pur avendo dei piccoli difetti rimane un prodotto d’intrattenimento godibile. I punti forza sono: il combattimento a cui prende parte il nostro protagonista, un combattimento che si sposta dal ring alla vita; le riprese in soggettiva del match finale o la scelta di una colonna sonora composta in prevalenza da musica tamarra che carica sia il pugile sia lo spettatore; l’onnipresenza di sudore e sangue che zampilla; lo stile brutale nel combattere di Jake Gyllenhaal e una serie di colpi di scena disseminati lungo la trama.

Badate, questo signore e signori non è solo un film sul pugilato. Southpaw è un film sulla redenzione, in cui il protagonista prima di essere pugile è padre. Un padre a cui vengono tolti gli affetti più grandi ed è costretto a ripartire da zero. L’obiettivo non è tanto vincere sul ring quanto vincere nella vita. La strada per la redenzione è lunga e tortuosa, riuscirà il nostro eroe a riottenere la fiducia della figlia?

Southpaw non sarà un capolavoro, non sarà ai livelli del precedente lavoro di Fuqua ma offre sano intrattenimento. Roba rara di questi tempi.

Massimiliano “DonMax” Romualdi

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