Key Largo, tra teatro e gangster movie

Poco più a sud della Florida si estendono le Florida Keys, arcipelago di 1700 isole tra le quali figura Key Largo, ambientazione di un film del 1948 di John Huston tratto da una pièce di Maxwell Anderson e interpretato da Humphrey Bogart, a cui è dedicato un festival del cinema celebrato annualmente nel territorio locale.

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Key Largo è un film che discende dal teatro, nonostante la massiccia revisione dell’omonima pièce del reazionario Anderson effettuata da Huston e dallo sceneggiatore Richard Brooks, sospinta da un idealismo rintracciabile nella politica di Roosevelt, tenda a nasconderne i segni superficiali.

Il rapporto tra cinema e teatro ha spesso indotto rivoluzioni stilistiche e narrative. Non è questo il luogo per discuterne gli effetti, ma basti pensare ai ruoli di Artaud e Beckett nel cinema e al contributo dell’industria tedesca degli anni ’20. A Hollywood, lo stile innovativo di Orson Welles e del direttore della fotografia Gregg Toland in Quarto Potere, spinse il pubblico e la critica ad ottenere punti di vista diversi. Sono in particolare due le tecniche di ripresa ad interessare gli studiosi, profondità di campo e piano sequenza. John Huston, in Key Largo, non si limita a padroneggiarle, ma le adatta in funzione del ristretto spazio di scena a disposizione, assistito da Karl Freund, direttore della fotografia di Murnau e Lang, pionieri dell’espressionismo.

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Ho sempre pensato a Huston come l’Hemingway del cinema

All’indomani della II guerra mondiale, un reduce senza fissa dimora, Frank McCloud, si reca a Key Largo per dar visita al padre e alla vedova di un amico deceduto mentre combatteva al suo fianco nella battaglia di San Pietro, in Italia, a cui Huston assistette mentre prestava servizio come cineoperatore.

Mr. e Mrs. Temple, questo il nome che portano, interpretati da Lionel Barrymore e Lauren Bacall, gestiscono un albergo temporaneamente chiuso a causa dell’incombenza di un devastante uragano, fatta eccezione per la presenza di cinque ospiti dalle identità fittizie, che hanno pagato di più per ottenere ugualmente i servizi dell’albergo, su cui si posano i sospetti dei Temple. Ce n’è un sesto, dicono, nascosto nella sua camera.

Questo misterioso sesto uomo si chiama Johnny Rocco, gangster un tempo celebre, ora caduto in disgrazia, ripudiato dagli Stati Uniti che non gli concedono il permesso di rientrare nel suolo natale. Rocco, modellato sui tratti di Al Capone che, ritiratosi in Florida, morì di sifilide un anno prima che il film fu prodotto, è interpretato da Edward Robinson, uno dei pilastri dello star system hollywoodiano, sotto contratto con la Warner Bros. Negli anni ’30, il gangster movie, specialità della Warner, era animato dalle caratteristiche interpretazioni di attori come James Cagney ed Edward Robinson. Quest’ultimo, in Key Largo, lo ritroviamo decaduto, parallelamente a un genere che iniziava a stancare un pubblico travolto dall’invasione di detective privati ghiotti di uova, bacon e caffè nero e dalla lingua pungente, protagonisti dei noir, testo sovversivo in linea con i tempi in cui Key Largo si iscrive.

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Gli anni ’30
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Gli anni ’40

Rocco ha perso la sua fama, è vero, ma non i suoi sogni. È un idealista a modo suo, crede in un mondo in cui i criminali dominano le strade e vuole ritornare in America. Key Largo è la sua redenzione. L’albergo, di cui ottiene il possesso con la forza, grazie ai suoi cinque sottoposti, che prendono come ostaggio tutti i residenti, è il suo ufficio.

Il gangster è il primo genere ad attraversare un periodo di revisione, sorte che poi condivideranno noir, western, horror, bisognosi di trovarsi al passo con i tempi che cambiano. Il cinema è sempre un riflesso della società. In un altro film del periodo, White Heat di Raoul Walsh, il protagonista, interpretato dal grande James Cagney, è un gangster considerato uno scarto della società, esaltato solamente dalla vecchia madre, l’unica a credere ancora in lui. Il gangster negli anni ’40 non è più il padrone delle strade, il gangster è un uomo stanco, costretto a nascondersi in posti dimenticati dal mondo come Key Largo.

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Da notare che, nella locandina del film, il nome di Edward Robinson è posto più in alto rispetto ad Humphrey Bogart, come segno di rispetto per un attore che, nonostante il periodo d’oro di Bogart negli anni ’40, rimaneva all’apice del successo

L’uragano costringe tutti i personaggi a barricarsi nell’albergo, prigionieri di Rocco. Praticamente tutto il film, fatta eccezione per la fase iniziale e quella finale, viene sorretto dalla forza dei trascinanti monologhi, in uno stile teatrale. A Hollywood stanno per arrivare – o sono già arrivati – personaggi come Nicholas Ray, Elia Kazan, Marlon Brando, Joseph Mankiewicz, ma sono film come Key Largo a spianare la strada ai vari Eva contro Eva, Johnny Guitar e La parola ai giurati. Key Largo non è un film per chi ama l’azione, c’è azione, ma è un azione intelligente, sospinta da forti motivazioni su cui si fondano le personalità dei personaggi, figli di una sceneggiatura pensata, sudata, a tratti ripudiata dallo stesso Huston, che detestava la versione originale di Anderson.

È l’ultimo film della coppia composta da Bogart e dalla Bacall. L’amore è un sottotesto, in secondo piano rispetto ai malefici piani di Rocco, vero mattatore della pellicola, retto da sguardi e situazioni tipiche del melodramma. Questo però non è il film di Bogart. Darà, e ha dato, il meglio di sé in altri film.

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Questo è il film di Edward Robinson.

È il film di un genere che si dissolve nell’uragano di Key Largo. È un film idealista, con protagonista un gangster sconfitto che otterrà la propria redenzione solo tramite la morte.

È un film sul cinema, tratto dal teatro.

 

Valerio “Old Bull Lee” Carta

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