A Touch of Zen: quando le botte incontrano il Buddhismo.

Vincitore de Il Gran Premio della Commissione Tecnica Superiore al Festival di Cannes nel 1975, A Touch of Zen è uno dei capolavori del genere Wuxia. Firmato Hu Jinquan, meglio noto come King Hu, il film in questione è un susseguirsi di combattimenti strabilianti caratterizzati da coreografie realizzate sublimemente, alcune delle quali girate in ambienti in cui si percepisce la grandezza della natura, si vive un’atmosfera zen interrotta dai manigoldi di turno. Badate, A Touch of Zen non è solo un film dalle acrobazie folli, è anche un film profondamente buddista. Ma andiamo piano e analizziamo con calma la pellicola.

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il regista King Hu

Iniziamo con il dire che senza i lavori di King Hu, ed in particolare senza questo A Touch of Zen, oggi Ang Lee o Zhang Yimou non avrebbero avuto l’ispirazione per i propri lavori. Entrambi gli artisti citati hanno preso spunto dal modus operandi del regista per lavori come La tigre e il dragone (Ang Lee, 2000) o La foresta dei pugnali volanti (Zhang Yimou, 2004), in particolare quest’ultima dedicata a Hu in persona. Per i piccoli radical-chic che ci stanno seguendo in questo momento, si, anche Tsai Ming-liang ha avuto modo di omaggiare King Hu.

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In A Touch of Zen i combattimenti in mezzo alla natura si prendono una bella fetta di pellicola. E la cosa mi piace un frego.

Il film si apre in mezzo alla natura, le verdi montagne sullo sfondo mentre in basso la mdp si muove fra le spighe. Improvvisamente lo scenario cambia e si passa ad un altro ambiente, la gru si muove e abbassandosi si ferma su un cartello. Da una porta esce un uomo. Egli vaga in quello che sembra il mercato di un paesino. La mdp si ferma su un cartello con la scritta: KU SHEN CHAI, è questo il nome del protagonista. Ci viene mostrata la sua bottega, la sua professione, si sta occupando di un ritratto fortemente voluto da uno straniero senza nome. Ku non è un cavaliere, non è uno spadaccino, è un semplice pittore. È un uomo di umili origini che non sa combattere ma, in fondo, ha un gran cuore. Ha una mamma ossessiva che lo vorrebbe funzionario mentre lui vuole fare solo l’insegnante. Oltretutto ha trent’anni e ancora non ha trovato moglie e la mamma cerca di sistemarlo con una ragazza, Yang, che ha da poco conosciuto.

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la bella Yang, sulla sinistra.

La ragazza in questione è collegata  allo straniero che, infatti, deve portarla al suo padrone, l’ eunuco Wei il quale ha ottenuto il potere attraverso un colpo di mano. Ottenuto il potere ed ucciso il padre di Yang (voleva avvisare l’imperatore dei piani dell’eunuco) a Wei resta solo di sbarazzarsi della giovane visto che Yang è la sola a conoscenza dei suoi crimini. L’obiettivo di Yang, oltre a sopravvivere si intende, è quello di vendicarsi. Il percorso da compiere è pieno di pericoli ma alla giusta causa si unirà il pittore Ku. Ora, la caratteristica principale dell’intero film consiste nel fatto che i ruoli si ribaltano. La donna in quest’opera non è subordinata al “maschio”. All’interno di questo capolavoro è Yang che tira le fila dell’azione.

A come azione
A come azione

Si, d’accordo, la storia è vista con gli occhi di Ku ma è Yang il motore primo dell’opera. La vicinanza con Yang non fa che migliorare l’ambizioso e goffo Ku, Ku mano a mano che la trama si infittisce smette di essere così goffo e si trasforma in un piccolo stratega: sua l’idea di beffare le guardie dell’eunuco facendole credere di essere circondate dai fantasmi. Il piano riesce, Ku ride, ma si incupisce quando realizza che il suo piano ha portato la morte di svariate persone. Intanto Yang sembra sparita.. e no, non è stata rapita. Lei è BAD ASS.

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Abbot Hui Yuan – il poderoso.

Trama a parte, il film è un concentrato di combattimenti. Quelli più riusciti vedono il santone Abbot Hui Yuan volare da una parte all’altra del campo di battaglia. Abbot Hui un essere semi-divino che rimane sempre freddo, impassibile, calmo, lucido. Una musica da sottofondo accompagna i suoi movimenti mentre i raggi del sole accarezzano il suo volto, l’uso della luce unita all’alternarsi dei mezzi busti e dei primi piani quasi sottolineano la provenienza ultraterrena o comunque il fatto che lui debba compiere una missione più grande. I combattimenti di Abbot Hui Yuan sono fantastici, i nemici vengono afferrati e vengono fatti volare. Tutta la sequenza finale con Abbot è indescrivibile, non è un caso se oggi A Touch of Zen sia celebre per la sequenza finale in cui il santone ferito sanguina oro e poi si posiziona a gambe conserte meditando mentre il sole alle sue spalle forma un’aureola attorno alla sua testa. Abbot se non è Buddha è un essere che ha raggiunto la Buddhità. Il film è sublime, dura tre ore ma ne vale la pena. A Touch of Zen non è un film per tutti, chi crede di trovarsi di fronte ad un film semplice si sbaglia. È innegabile, non sono qui a vendervi fumo, la prima parte di A Touch of Zen potrebbe far pensare al neofita di esser di fronte ad una commedia. Niente di più sbagliato, signore e signori con la lunga seconda parte il film dedica ampio spazio alla filosofia e alla religione. Dopo la distribuzione nelle sale di A Touch of Zen, Hu avviò una propria compagnia di produzione cinematografica, girando le pellicole a basso costo The Fate of Lee Khan (1973) e The Valiant Ones (1975).

Massimiliano “DonMax” Romualdi.

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