HERZOG

Herzog si approcciò al cinema rubando una mdp, durante gli ultimi anni di scuola superiore fece lavori notturni come saldatore e custode di parcheggi per finanziare i suoi primi film. Con i soldi guadagnati realizzò nel ’62 il suo primo cortometraggio, Ercole. Del ’64 è invece Spiel mi Sand – Gioco sulla sabbia mentre due anni dopo dirige il suo terzo cortometraggio: la difesa esemplare della fortezza di Deutschkreutz. La morale del film è la seguente: le guerre sono più necessarie che mai, perfino una sconfitta è meglio di niente. L’opera mostra come e quanto il regista giocasse con il potere.Satira dello stato di guerra e pace e delle assurdità che derivano dallo stesso, i protagonisti della vicenda sono quattro giovani esaltati, entrano nel castello abbandonato di Deutschkreutz dove trovano divise militari e armi. Ai quattro sembra un sogno, si sbrigano ad indossare le divise e iniziando a giocare a fare la guerra con un nemico invisibile. Dell’avversario non vi è traccia, è uno stallo insopportabile, eppure si preparano al meglio per affrontare il peggio. Mentre lavorava a Segni di vita, è il ’67, in due giorni a Creta e sull’isola di Spinalonga completò il cortometraggio Letzte Worte – Ultime parole. Nel suo essere un’opera non essenziale per chi si avvicina al regista, il corto surreale anticipa alcuni temi che torneranno nella filmografia dell’autore. La trama ruota attorno a un anziano suonatore di cetra che da sempre si è rifiutato di lasciare l’isola di Spinalonga, un tempo usata come lebbrosario. Le sue giornate passano suonando la cetra, rifiutandosi di parlare alle autorità. In conflitto con sé stesso e con la società, è un outsider problematico. Il cortometraggio, a tratti documentaristico e a tratti surreale, continua introducendo altre persone: abbiamo dei poliziotti, un medico che racconta le sue esperienze con i lebbrosi, un pescatore del porto. Queste, proprio come l’anziano, ripetono in modo ossessivo la stessa frase. Herzog si dedica alle figure umane ma anche all’ambiente circostante. Irrazionale, assurdo, Ultime parole non presenta un gioco macchina virtuoso ma resta un’opera curiosa.

Il suo primo lungometraggio: Lebenszeichen – Segni di vita.

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Ambientato nel Castello di Neratzia, costruito nel XIV secolo dai Cavalieri Ospitalieri (il nonno di Herzog, Rudolf Herzog visse e lavorò per anni come archeologo, fu lui a pubblicare le traduzioni delle incisioni greche che compaiono nel film), Segni di vita è il primo lungometraggio del regista. Il protagonista dell’opera è un soldato nazista, un certo Stroszek, che durante la seconda guerra mondiale è di stanza in un paesino della Grecia occupata. I suoi commilitoni non sono dei nazisti convinti, non fanno il mestiere del soldato per vocazione, sono in Grecia e sognano di darsi all’ allevamento o alla pastorizia. Stroszek lo troviamo intento a sorvegliare un deposito di munizioni in un forte a cui nessuno è interessato perché le armi in mano ai nazisti sono più moderne. Le giornate del gruppo sono noiose, Stroszek chiede al capitano di affidargli una missione più degna: una ricognizione per l’isola ed è proprio con questo incarico che la mente di Stroszek, già cedevole di suo, manifesta i primi segni di squilibrio. Da questo momento il protagonista comincia una guerra parallela che fallisce miseramente. Si batte contro un avversario fortissimo, il III Reich, attaccando la città dal suo forte spogliandosi della sua divisa. Stroszek è una figura Don Chisciottiana che vuole distruggere il nemico, purtroppo riuscirà solamente ad uccidere un somaro. In seguito Herzog tornò ai cortometraggi con Provvedimenti contro i fanatici (un susseguirsi di interviste ai fantini che discutono sui mezzi per “proteggere i cavalli dai fanatici”). Se questo corto manca ancora del virtuosismo tipico del regista bavarese è con Auch Zwerge haben klein angefangen – Anche i nani hanno cominciato da piccoli che la presenza dello stile Herzog si fa sempre più interessante.

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Anche i nani hanno cominciato da piccoli è un lungo flashback bizzarro, surreale, disagiato. La collera dei nani esplode anche perché sono piccoli da troppo tempo, hanno cominciato da piccoli e sono rimasti piccoli. Il fatto che usino la violenza li porta ad essere tanto normali quanto noi. Nella loro instabilità sono un esempio di umanità che va alla deriva. Herzog è consapevole della non-violenza dei nani, non di tutti i nani. Infatti i nani sono solo un mezzo per cui veicolare il sadismo, la blasfemia che ricorre nel film. La violenza nel film, quella violenza che i nani compiono sugli uomini, sulle piante o sugli animali, potrebbe apparire fine a sé stessa ma non lo è affatto. Il film è uno dei più estremi partoriti dal regista. Attraverso i protagonisti, degli outsiders con problemi fisici ( nanismo e cecità) e mentali (la risata del nano accompagna lo spettatore in modo fastidiosa ed inquietante ) Herzog rompe gli schemi, dice qualcosa di diverso. I nani nel film superano la loro condizione di nani, mossi dal caos e dalla violenza, i protagonisti sovvertono l’ordine dell’isola. Li vediamo nel bel mezzo di una ribellione all’interno di una struttura in cui sono costretti all’esilio. L’evento è solo l’inizio di un crescendo di vandalismo, rabbia, blasfemia. Quello dei nani è un colpo di Stato in miniatura. Non c’è una morale, abbiamo semplicemente il palazzotto tenuto in mano da un direttore che nel film non si vede, un suo sottoposto preso di mira ed un gruppo di nani che assale il palazzo-istituzione. Proprio come la gallina che mangia il cadavere di un’altra gallina, Herzog raffigura il male come fenomeno naturale. È il più brutale, il più estremo, surreale, inquietante ed allucinato fra i film di Herzog, è impossibile restare immobili di fronte a quest’opera. Scuote come un terremoto, oscuro e maligno. La brutalità motore primo nel film Auch Zwerge haben klein angefangen viene completamente abbandonata in Fata Morgana.10676270_987612181252127_3015587153442563173_n

Il film è collocabile all’interno di una trilogia tutta africana (ne fanno parte Anche i nani hanno cominciato da piccoli e I medici volanti dell’Africa orientale), realizzato dopo due anni di viaggi. La particolarità di Fata Morgana è quella di non essere un semplice documentario, è un prodotto fin troppo ambiguo nel quale realtà ed immaginazione si fondono. Il film, privo di una vera e propria trama, si sviluppa nel Deserto del Sahara (Algeria), in Kenia,Tanzania, Uganda, Nigeria, Alto Volta, Mali, e Costa d’avorio. Herzog ha svelato che l’idea iniziale di questo film era quella di un’opera di fantascienza concepita come un documentario realizzato da alieni su una civiltà in via di estinzione.

L’opera comincia con un aereo, simbolo della modernità, mentre atterra in un ambiente lontano dalla nostra quotidianità (l’ambiente Africano). Herzog ripete più volte questa scena, volta dopo volta mostra come gli strati d’aria caldi sulla pista rendano i contorni del velivolo difficilmente distinguibili nel cielo. Il miraggio a cui assiste lo spettatore è solo l’antipasto delle tre parti in cui è divisibile l’opera.

-La creazione: si ricrea l’atmosfera della creazione, si narra di un fallimento divino, le riprese si focalizzano sulla natura incontaminata e piano piano si svelano i resti di un’ “antica civiltà”. Probabilmente è il consumismo ad averla fatta crollare o forse dei comportamenti che hanno irato Dio.
– Il Paradiso: fa la comparsa un bambino che tiene per il collo sospeso da terra la sua piccola volpe albina, uno scienziato mostra un varano che cammina sul proprio braccio, un trio di bambini sembra volersi difendere dal regista. Il paesaggio non ha quel senso di magnificenza della prima parte, è più urbanizzato e tutto appare ancor più triste.
-L’eta dell’Oro: nell’età dell’Oro moglie e marito vivono in armonia e appaiono così alla mdp. Sono un cantante-batterista in occhiali scuri e una matrona vista di profilo al pianoforte, li vediamo perduti nello sguardo mentre cantano una canzone popolare spagnola La scena cambia e si passa ad un gruppo di religiosi e, ancora, turisti sbucano dalle cavità rossicce dell’isola di Lanzarote, richiamando l’attenzione coi loro gesti. Fata Morgana a mio avviso non è ancora uno dei migliori film del regista ma Herzog cresce e ci rende partecipi delle sue esperienze, cosa che non fanno in molti. Esattamente un anno dopo Werner filma quella che per me è un’opera fondamentale per chi vuole conoscere a 360° il regista bavarese: Paese del silenzio e dell’oscurità

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Protagonista è Fini Straubinger, sorda e cieca, un esempio e guida per il regista. Ambientato a Monaco di Baviera, il documentario si occupa dell’uomo e delle sue limitazioni, dei suoi handicap e delle sue lacune. L’opera è stata per il regista una sfida, un rischio, in pochi avrebbero filmato senza esser retorici o banali la vita di Fini. Quello che emerge durante la visione è il senso di rispetto, di dignità, una comprensione che è massima. Il tema non è dei più semplici, si parla del mondo “visto” da un cieco, e quindi tutte le difficoltà che ne derivano. Il regista, durante i 90 minuti circa di prodotto, si interroga su quanto siano importanti la comunicazione, l’apprendimento o l’aiuto per un sordo cieco. Lo spettatore partecipa ad un viaggio tremendo e delicatissimo allo stesso tempo. La capacità di non spettacolarizzare un handicap è solo uno dei pregi del regista e dell’opera. Dopo la realizzazione della pellicola si instaurerà un rapporto di amicizia fra Herzog e Fini, tanto che ella verrà portata a caccia dal regista. Pur non potendo vedere le scene di caccia poteva percepire lo sparo attraverso le vibrazioni (tra l’altro Herzog neanche aveva la licenza e la protagonista era la prima volta che faceva qualcosa di proibito). Paese del silenzio e dell’oscurità non è un semplice film, è un prodotto di una profondità unica, mai retorico, mai banale. Nel 1972 Werner diresse Aguirre, der zorn Gottes – Aguirre furore di Dio. In questo film abbiamo un conquistadores che cerca una ricchezza leggendaria, per recuperarla si perde nel paesaggio onirico che lo circonda mentre morte, follia e disperazione si rincorrono a vicenda. La ciliegina sulla torta era l’attacco del nemico invisibile nelle scene finali dell’opera, nel bel mezzo del Rio mentre il film scorre come la barca di Kinski invasa dalle scimmie. Francis Ford Coppola dichiarò più volte di essersi ispirato ad Aguirre, furore di Dio, nella realizzazione di Apocalypse Now. Coppola però non ebbe Kinski, Kinski apportò al regista, agli attori, ai quasi 500 indios e alla realizzazione della pellicola numerose difficoltà. Da un lato abbiamo l’attore, Klaus, che avrebbe voluto una prima inquadratura da cartolina, un campo lungo sul paesaggio del Machu Picchu e svariati primi piani sul suo volto, concentrarsi sulla sua figura e sul suo ruolo.. Kinski però durante i primi minuti di filmato non era ancora il capo della spedizione, era Gonzalo Pizarro. Dall’altro lato abbiamo il regista, Werner avrebbe voluto un’impostazione molto meno Hollywoodiana, il quale avrebbe voluto una prima inquadratura al dettaglio in cui, per citare lo stesso Herzog, divenissero visibili tutto il dramma, l’orrore e il pathos umano. Prevalse il regista, prevalse l’ambizione, prevalse l’epica.Sin dai primi minuti un peso insormontabile sembra gravare sulle spalle della spedizione protagonista dell’opera. Il film è iniziato da poco ma tu sai già che molto probabilmente i nostri folli eroi saranno destinati al fallimento, travolti da un insolito destino, destinati a soccombere di fronte alla brutalità della natura e dell’uomo (il “maledetti indios, maledetta foresta”). Girato in Perù, ambientato nel 1500, Aguirre furore di Dio resta uno dei più importanti manifesti sulla brama di potere e di danaro. Ad Aguirre e ai suoi mancano i mezzi idonei per il superamento delle difficoltà che sorgeranno lungo il loro cammino. Lope de Aguirre, un personaggio realmente esistito, fu un avventuriero di origine spagnola. Herzog riprese il personaggio e la sua ricerca de El Dorado, un personaggio folle, crudele che venne bloccato nella sua ricerca dalla Natura. La natura in Aguirre furore di Dio è un ambiente tanto onirico quanto letale. La giungla/foresta da landa da dominare, da sottomettere, diventa una prigione labirintica. Un luogo che Dio, se esiste, ha creato con rabbia. Si respira a pieni polmoni quel senso di grandezza, di meraviglia, di ostilità e di primordial violenza che tornerà in molte delle sue opere.. perché in fondo per il regista la natura non è fatta da armonia ma caos, conflitto e morte. L’acqua che ha devastato attrezzature e zattere, il caldo che soffoca i soldati nelle loro armature, il tormento degli insetti, le malattie, la presenza degli indios, tutto fornisce un tocco di realismo che conquista lo spettatore. Lope De Aguirre però se ne frega, si mette alla testa della spedizione, si impadronisce del comando dell’impresa e la porta alla distruzione. Uno dei capolavori assoluti del Cinema, Aguirre è una sfida estrema dalle spettacolari sequenze (quella iniziale e quella finale fra tutte), è un’opera immortale che colpisce e stupisce. L’Enigma di Kaspar Hauser è un film basato su una figura realmente esistita, per Herzog questo emblematico ragazzo rappresenta le contraddizioni dell’uomo moderno. Kaspar Hauser è un mistero vivente, personaggio arcano di cui non si conosce nulla, outsider folle e delicato, particolare e mai pittoresco (dietro al pittoresco si cela la volontà di non comprendere l’altro, cosa che invece Herzog fa tutti i giorni),

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il protagonista dell’opera scopre il mondo e la società in età adulta. Dotato di una personalità pura, giudicherà la società e la realtà che gli si presenta quotidianamente con la spontaneità di un fanciullo. Kaspar è un trovatello abbandonato e “cresciuto” all’interno di una stanza buia. È il 1828 quando Kaspar viene lasciato in una piazza a Norimberga, conosce solo il suo nome e fa a stento tre passi. Vive così giorno dopo giorno una condizione terribile che desta paure ed interesse, curiosità e sospetto. Passerà da fenomeno da baraccone a possibile pupillo di un facoltoso Britannico, Kaspar comincia così un percorso, una sorta di crescita, di maturazione, interessandosi alla società del suo tempo. Eppure Kaspar Hauser in più sedi criticherà il modo di vivere di alcuni aristocratici, la religione e i suoi dogmi, accenna addirittura al problema relativo alla condizione della donna nell’ottocento. Emergeranno in più occasioni i suoi tratti ingenui, profetici e anticonformisti. Kaspar mette la società a stretto contatto con la sua incapacità di accettare tutto quello che è recepito come anormale o diverso, quella società incapace di spiegare ciò che non vede. Herzog contrappone la visione profetica di un bambino mai cresciuto a quella della civiltà occidentale, avviene una comunicazione impossibile fra due mondi che cozzano l’uno con l’altro. Kaspar Hauser è un viaggio per comprendere noi stessi o per comprendere l’altro, è un film affascinante, è un baraccone con i suoi freaks ma in questo caso i fenomeni da baraccone sono i nobili e gli aristocratici che guardano di sottocchio il nostro.

1910481_992517457428266_7948051360786035586_nLa grande estasi dell’intagliatore Steiner è un mediometraggio in cui Herzog appare nelle vesti di regista, narratore nonché giornalista sportivo. Il protagonista di questo documentario è un campione svizzero di volo con gli sci chiamato Walter Steiner. Egli viene ripreso in ralenti mentre salta, sembra quasi volare, e mentre cade con stile. Se Fata Morgana si apre con l’atterraggio in loop di un aereo, La grande estasi si apre con il volo di Steiner. Ma il protagonista non è solo sciatore è anche intagliatore. Curvo nel suo lavoro, attento in quel che fa, Steiner è presentato inizialmente nei panni di intagliatore. Il ragazzo è un energico artigiano il quale mostra ad Herzog e al pubblico stesso le proprie sculture ricavate dal legno. Il tranquillo S. è fautore di record personali e di tanti, tanti fallimenti. Ad ogni fallimento si rialza e riparte più in forma di prima, il salto con gli sci viene considerato dal nostro uno sport pericoloso. Herz aus Glas – Cuore di vetro.

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Werner Herzog, molti di voi lo sapranno, crebbe in Baviera, in un remoto villaggio montano vicino al confine con l’Austria. In questo villaggio non esistevano cinema, radio o televisione, crebbe lontano dalla civiltà a stretto contatto con la natura, lontano dalla modernità. Herzog ripropose quella pace nel suo Cuore di vetro (Herz aus Glas). Allo spettatore non resta che abbandonarsi al piacere, al piacere della natura o al piacere della favola perché in fondo quest’opera è un’opera che sfugge alla razionalità, alla comprensione. È un film suggestivo, una pellicola che si avvicina moltissimo al dipinto che nel suo ritmo lento, lentissimo, risulta sempre solenne, poetica. Cuore di vetro è una barca fragile che si scaglia fra le onde dell’oceano mentre dei personaggi guardano l’enormità del mare. Ci si muove fra sogno e realtà, fra razionalità ed irrazionalità. Così come Hias contempla il villaggio all’inizio dell’opera, nelle immagini finali gli abitanti contemplano la grandezza del blocco d’acqua che è loro di fronte. L’uomo ottocentesco, forse metafora di quello novecentesco, appare impassibile sull’isola rocciosa mentre la mdp immortala un paesaggio grandioso, una natura in tutta la sua meraviglia e superbia. Dalle ambientazioni oniriche, atmosfere allucinate come allucinati sono i personaggi dell’opera, Cuore di vetro è un film in cui gli attori recitarono in trance. Tutto il cast, con l’eccezione dell’interprete di Hias e dei soffiatori di vetro, ha recitato in stato di ipnosi effettuata dal regista in persona con la conseguenza di avere dialoghi improvvisati. Cuore di vetro resta un’opera affascinante e le musiche dei Popol Vuh accompagnano in modo degno questa piccola perla.

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Dopo Cuore di vetro diresse due corti: How Much Wood Would a Woodchuck Chuck il regista si focalizza sul “World Livestock Auctioneer Championship”, la gara annuale che vede scontrarsi e confrontarsi i più grandi banditori d’asta del mondo. L’obiettivo rimane quello di analizzare l’unicità con cui i compratori vengono convinti ad acquistare il bestiame; Nessuno vuole giocare con me vede come protagonista un bambino che viene escluso dai suoi compagni di classe perché poco curato nell’abbigliamento e nell’igiene. La speranza fa la sua comparsa solo nella seconda parte di questo piccolo gioiello. Manca totalmente l’happy ending in Stroszek, non c’è speranza in questa pellicola. Non vi è gioia nella vita del protagonista e quando la felicità fa la comparsa nella sua quotidianità è solo per andarsene al più presto. Facciamo la conoscenza di Bruno Stroszek quando è ancora in carcere. Bruno S. è uno di quei personaggi che vivrà sempre imprigionato, anche da uomo libero, nel suo essere eternamente sfortunata appare anche un filino comico ma un peso enorme grava sulle sue spalle, quello del fallimento. Il protagonista di Stroszek è Bruno S. al secondo ruolo da protagonista nei film di Herzog. Attore non professionista, lo abbiamo già visto ne L’enigma di Kaspar Hauser, in Stroszek ricopre un ruolo enorme. Molti sono i tratti in comune fra la vita di Bruno S.(l’attore) e Bruno Stroszek (il personaggio): Bruno S. proprio come il personaggio che interpreta trascorse parte della sua giovinezza in istituti di correzione e carceri. Qui sviluppò un lato artistico a tal punto da diventare un ottimo pittore e musicista (nel film lo vediamo suonare la fisarmonica). Finzione e realtà si uniscono dunque in questo film, da notare poi come Bruno fece in modo che per le scene ambientate in Germania si potesse usare il suo appartamento e i propri strumenti, strumenti comprati grazie al compenso per il film L’enigma di Kaspar Hauser. Bruno Stroszek dopo aver accolto a casa propria la prostituta Eva decide di fuggire in America. Partono in tre, Bruno, Eva e il padrone di casa, Scheitz, cercando nuove opportunità. Quella rappresentata nel film non è l’America convenzionale, non è quella da cartolina è il Wisconsin degli anni ’70, un ambiente rurale. Non c’è spazio per il luccichio dei palazzi né per gli abiti sfavillanti, è l’altro volto dell’America, è il Midwest, si filma lo scorrere della quotidianità all’interno di grandi case su ruote e bar luridi. Come dicevo sopra l’arrivo del protagonista in questa nuova terra è accolto con gioia da tutto il gruppo: Eva si mette a fare la cameriera e lo stesso Bruno diventa meccanico. Addirittura con i primi soldi, i tre, si comprano una lussuosissima roulotte ma come riuscire a pagare le rate con due stipendi miseri ? Eva allora torna a prostituirsi e Bruno impazzisce. La sua è una follia quasi caricaturale ma ha una carica di tristezza senza limiti. Eva lo abbandona e Bruno resta senza speranze, quello che aveva lasciato in Germania lo ritrova in America: lascia e trova dolori, dolori diversi ma sempre dolori. Del sogno americano non vi è traccia, dell’ascesa sociale neanche a parlarne, la roulotte è venduta ad un prezzo stracciato e a Bruno resta solo da fare una cosa..

Si torna al documentario con Le Soufriere. Le riprese hanno un non so cosa di patetico, tutto è finito con un nulla di fatto e nel ridicolo più completo. Ora diventerà il documentario di una catastrofe inevitabile.. che non si è mai verificata. Le Soufriere resta un’opera dalla doppia funzionalità: da un lato il mediometraggio è un altro esempio di riuscita documentaristica, dall’altro contribuisce (nel suo piccolo) ad informare il pubblico delle condizioni di trascuratezza in cui vive la popolazione nera delle Antille Francesi. Nel ’76 Herzog filmò l’inattesa ed insensata paura di una catastrofe. Si crede che stia per esplodere il vulcano La Soufriere nei pressi del gruppo insulare di Guadalupa nelle Piccole Antille Francesi. Gli esperti che si erano recati sul posto decretarono come certa al 100% l’esplosione vulcanica. Tra l’altro l’esplosione vulcanica avrebbe avuto la potenza di diverse bombe del calibro di quella di Hiroshima. La potenza del lavoro di Herzog è tutta qui, si prendono un vulcano, un posto popolato da 75 000 persone che fuggono dal proprio domicilio in cerca di salvezza, una quasi sicura eruzione ed una catastrofe che non accade. Alle porte degli anni ’80 invece Herzog si cimenta nell’horror. Il Vampirismo è un prodotto che ha sempre venduto bene. Oggi, e più in generale negli ultimi decenni, è diventato una merce, un prodotto di massa. Eppure il regista, ripercorrendo i passi di Murnau, rielaborò un grande classico degli horror infondendogli un’atmosfera ancor più inquietante e tetra del classico (che nella sua immensità risente, e non poco, della mancanza del sonoro). Basti pensare alla scena dell’arrivo della nave nel porto con tanto di invasione di topi, una delle scene più terrificanti del film. Nosferatu, il principe della notte una rilettura superba del mito del vampiro. Un film che non può e non deve neanche essere paragonato ai film sui vampiri delle ultime generazioni. Dopo una settimana dalla fine delle riprese di Nosferatu, Herzog si mette alla lavorazione di Woyzeck, che viene ultimato in 18 giorni circa.

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Il film è tratto dall’omonimo frammento drammatico di Goerg Büchner, ed oscilla fra l’opera visionaria e la tragedia. Il regista si concentra sui volti degli attori, Kinski ed Eva Mates fra tutti, sulle loro espressioni e sulle loro emozioni, paure, sospetti, deliri. L’opera dunque è molto vicina all’espressionismo ed al naturalismo per il suo focalizzarsi sugli ambienti circostanti la cittadina in cui è ambientata l’opera. Il risultato finale è un prodotto suggestivo e profondamente cupo. Allo spettatore non resta che rassegnarsi di fronte al destino del protagonista, rimanere con l’amaro in bocca. Il protagonista dell’opera è Franz Woyzeck, un uomo in divisa, un soldato con una sensibilità e delle caratteristiche che lo rendono diverso dai suoi simili. Al di là della sua funzione sociale, al di là della divisa che porta, Woyzeck è una specie di sensitivo. Egli è uomo con un potere, è in grado di percepire i segnali della natura. Segnali che l’uomo medio non riceve, emozioni che i contemporanei suoi non hanno modo di far proprie. Woyzeck ha un lato animale che l’umanità ha perduto durante i secoli. La sua qualità è allo stesso tempo una maledizione visto che il suo sentire “le cose della terra” gli procura seri problemi nell’ambiente in cui lavora. Franz è vittima del suo capitano e del dottore che lo usa come cavia da laboratorio. I due lo violentano, lo privano della sua umanità, ì l’uno abusando del ruolo che ricopre nell’ambiente militare, l’altro abusando della scienza e delle conoscenze nelle sue mani. Entrambi, incarnano due volti della società, usano il proprio potere per monopolizzare, per modificare, per annullare quello che viene percepito come “alieno”. E’ rassegnato alla sua esistenza da cavia da laboratorio e allo stesso tempo da carne da cannone. Mentre il corpo cede e la mente lo abbandona, la moglie Marie lo tradisce. Da questo momento la già instabile mente del protagonista subirà una ricaduta che lo porterà ad un susseguirsi di folli gesti, delle reazioni determinate dalla solitudine e dalla perdita della fiducia per l’unica persona a cui voleva davvero bene. Grazie alla straordinaria performance di Klaus Kinski il film diventa rappresentazione di un corpo umiliato disgregato, straziato dalla società. Una società che non comprende l’altro. Il film personale è frenetico ed angoscioso. La storia del protagonista, così tremenda, così misteriosa, sembra uscire da un brutto sogno. Woyzeck è un film impegnativo, è un film che fa male, è un film allucinato, frenetico, angoscioso. E’ un’opera composta in prevalenza da ambienti chiusi, da uomini che indossano maschere, da persone tese, sudate. Sudore, sangue ed un finale che è già scritto dai primi attimi.

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FITZCARRALDO: il miglior documentario di Herzog, secondo Herzog.

Il 1982 invece fu l’anno in cui Herzog diresse un’opera monumentale, un’opera unica nel suo genere, un’opera bella e dannata: FITZCARRALDO. Il protagonista doveva essere Warren Oates, il film inoltre doveva vantare la presenza di Mick Jagger ma i due diedero forfait. Il primo per paura delle malattie e delle responsabilità di prendere parte ad un film come questo, il secondo abbandonò poiché lo show business lo chiamava all’appello. Il film che Herzog stava cercando di realizzare da due anni era in procinto di saltare ed il regista era sull’orlo del suicidio. Solo il ritorno del Demone Biondo (Klaus Kinski) salvò il prode Werner dal fallimento. Kinski che aveva giurato di non tornare mai più nella giungla con Herzog, c’era già stato per Aguirre furore di Dio, accettò di fare il protagonista. Fitzcarraldo fu un susseguirsi di esaurimenti nervosi, caldo, disagi di ogni tipo e barche. Barche che vengono trainate su una fottuta montagna. Herzog lo disse chiaro e tondo: “Voglio girare con una nave vera, mica un modellino”; chiese l’aiuto dell’ingegnere brasiliano Laplace Martins, che progettò il sistema di argani che si vede nel film. Il risultato finale fu quello di avere un film realistico, un pubblico ad oggi soddisfattissimo e una casa di produzione (la 20th Century Fox) che decise di abbandonare il maestro . Girato in Amazzonia fra ‘800 e ‘900 il film in questione è il sogno di un regista di dirigere un affresco cinematografico ed il sogno di un uomo di costruire un grande Teatro dell’Opera per farvi esibire i più grandi nomi della lirica. Come per Aguirre, Kinski recitò la parte di un uomo realmente esistito: Brian Sweeny Fitzgerald detto “Fitzcarraldo” perché i nativi del luogo non sanno pronunciare il suo cognome, magnate della gomma, per raggiungere un territorio smontò la sua nave per ricostruirla oltre una collina. Ad Herzog piacque l’idea dietro Fitzcarraldo, come lui il regista è un grande sognatore disposto a far passare una nave per una collina pur di raggiungere determinati obiettivi. Fitzcarraldo, a differenza dei suoi contemporanei, non considera il denaro come qualcosa a cui aggrapparsi ma un semplice strumento per realizzare i propri sogni e desideri. Aguirre e Fitzcarraldo sono però due opere diverse fra loro, è vero ritornano gli indios e l’ambiente fluviale ma manca totalmente la positività insita nella figura del protagonista. Sognatore folle si ma mai in modo negativo, Fitzcarraldo pur essendo interpretato da Kinski è un personaggio che si avvicina più al regista. Fitzcarraldo può essere contrapposto ad Aguirre e agli altri uomini d’ affari della città, che rifiutano di sovvenzionare l’impresa folle non per mancanza di danaro ma per mancanza di ideali. Due anni dopo questa impresa e dopo un sopralluogo in Australia diresse questo:

10922545_998438860169459_4164537414000175591_n Il film nasce da un viaggio e da una presa di posizione. Dopo un sopralluogo in Australia, il regista si trovava al Perth Film Festival, Herzog si interessò alla causa degli aborigeni. Partendo da un fatto realmente accaduto, una battaglia fra una società svizzera impegnata nell’estrazione della bauxite (uranio nel film) e gli aborigeni, Herzog ritorna nuovamente a sottolineare i fallimenti della società occidentale. Dove sognano le formiche verdi è una buona favola moderna, un racconto ecologico di impatto visivo sy un gruppo di nativi, una terra sacra “dove sognano le formiche verdi” (invenzione di Herzog) ed una compagnia mineraria armata di Bulldozer che li combatte. Distruggere l’area secondo i nostri porterebbe alla distruzione dell’umanità. Ai nativi non resta che resistere e gli occidentali si armano di bulldozer o per vie legali. Herzog non si comporta come un antropologo e non dirige un “documentario”. L’elemento sociologico/etnografico c’è, come c’è quello antropologico o storico, la scena in tribunale in cui si mostrano al giudice i manufatti antichi seppelliti secoli prima per dimostrare il possesso della terra ne è un esempio, ma Herzog rielabora e reinventa. Gira un film sugli aborigeni che non ha la presunzione di spiegare lo stile di vita di una tribù che ha alle spalle una storia millenaria. Effettivamente ci sono cose sugli aborigeni che non capiremo mai ed il regista li rispetta per questo, rispetta la loro tenacia nel loro voler mantenere le tradizioni, conservare il proprio essere. Con questo film semplicemente immortala la tenacia di un popolo che però verrà comunque battuto e sconfitto in modo legale. Il 1987 è il turno di Cobra verde.

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Cobra Verde

Ambientato nel XIX con Klaus Kinski come protagonista, Cobra Verde è un film delirante, un’opera dalla difficile lavorazione. Un travaglio che pose la parola fine fra il sodalizio Herzog-Kinski. Ispirato al romanzo Il Viceré di Ouidah di Bruce Chatwin, entrambe le opere hanno come tema quello della tratta degli schiavi. Sempre Africano attraversi Echos aus einem düstern Reich il regista osservando l’Africa voleva capire l’origine del Nazismo in Germania. La situazione post-coloniale, quella Africana, non è un argomento molto trattato nelle pellicole, Echi da un regno oscuro è un film che va al di là del significato del potere. L’opera firmata Herzog non si focalizza su una persona (Bokassa), non è un’opera individuale, parte dall’Imperatore per analizzare le problematiche che hanno afflitto una nazione. È un film con un peso tremendo e con una chiusa finale insostenibile. Dall’Africa si spostò in Sud America per il suo Cerro Torre: Schrei aus Stein, un film modesto, certamente non eccellente ma sempre piacevole. La storia ideata da Reinhold Messner, è la storia della sfida fra l’uomo e la montagna. L’obiettivo del protagonista, l’alpinista Roccia Hinerkofler (Vittorio Mezzogiorno), è proprio andare oltre, spingersi dove in molti hanno fallito: scalare un picco Andino chiamato Cerro Torre che non è elevatissimo ma le sue pareti granitiche e le condizioni climatiche per giungere alla vetta rendono l’impresa particolarmente ardua. Se Cerro Torre risulta un’opera valida ma con i suoi limiti, Lektionen in Finsternis-Apocalisse nel deserto per me è un’opera fondamentale, eccellente, uno dei migliori documentari del regista.

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APOCALISSE NEL DESERTO

Apocalisse nel deserto è una visione, un dipinto, è qualcosa di sublime. Durante la prima guerra del golfo Herzog vedendo le immagini degli incendi dei pozzi di petrolio trasmesse dalla CNN decise di immortalare questo evento alle future generazioni. Il risultato fu una collaborazione con Paul Berriff, i due, dopo la liberazione del Kuwait ad opera dell’esercito americano, ripresero lo scenario apocalittico lasciato dalle truppe irachene che nel ritirarsi dai territori occupati incendiarono centinaia di pozzi di petrolio. il risultato fu un film suggestivo, epico, un pizzico retorico, un’invito alla meditazione sulla catastrofe. Lo spettatore è collocato su un pianeta (il nostro) che appare al suo collasso mentre il narratore che lo accompagna in questo viaggio è altro, è alieno, non appartiene allo stesso. Il distacco dell’osservatore che documenta ciò che vede e quello che viene narrato è determinante. Strutturato in tredici brevi capitoli Apocalisse nel deserto fu un’impresa gigantesca, a bordo di elicotteri, con cameraman e è iloti esperti (si doveva viaggiare vicino a pozzi di petrolio infuocati, quindi conoscere il terreno, fare perennemente attenzione). La caratteristica “tecnica” del film è che le riprese vennero effettuate senza Herzog, il regista arrivò dopo de giorni, non ci salì mai sull’elicottero. Qui fa la comparsa un pilota con due coglioni grossi come una casa ed un cameraman esperto di ripresa aerea che sapeva cosa voleva Herzog: piani sequenza sul paesaggio come se piovessero. Il pilota non avrebbe potuto rispondere alla lettera ad ogni comando di Herzog, il rischio di trovarsi in un’area che raggiungeva i 1000 gradi celsius era elevata (sarebbe esploso l’intero elicottero con le apparecchiature ed Herzog stesso). Quando Paul Berriff decise ad esempio di andare a girare in una zona pericolosa un paio di microfoni si sciolsero, le suole delle scarpe gli si bruciarono.. Forse è stato un bene che il regista non fosse sull’elicottero. La poesia racchiusa in Apocalisse nel deserto è la stessa del film Rintocchi dal profondo in cui viene esaminata la fede e la superstizione, il misticismo russo ma anche la percezione della religione stessa nell’uomo. Altra opera degna di nota è Little Dieter needs to fly un documentario che racconta la storia di Dieter Dengler, un aviatore americano di origine tedesca che durante la guerra del Vietnam venne mandato per la prima volta in una missione segreta. Fatto prigioniero, riuscì solo poi ad evadere fuggendo nella giungla. Il titolo vanta la presenza del vero Dieter, un narratore capace di emozionare nella semplicità dei suoi gesti, nelle sue paure, nei ricordi e nei traumi lasciati dalla guerra. È la storia di un uomo e probabilmente di una nazione. Il regista continua a considerarlo il suo miglior film di fiction ed ha avuto modo di approfondire il tema realizzando Rescue Dawn. Altra perla per chi vuole addentrarsi nella filmografia del nostro Werner è senza dubbio Mein liebster Feind – Klaus Kinski – Kinski, il mio nemico più caro, uno dei film più dolci ed allo stesso tempo più cupi mai realizzati dal regista. Un ricordo, un trauma, un sogno ed allo stesso tempo un incubo, è questo in sintesi il documentario di Herzog. Il regista rivive il rapporto d’amore e odio che aveva con il suo pupillo Klaus Kinski. Durante la narrazione capiamo quanto l’attore abbia ostacolato le riprese e quanto, allo stesso tempo, abbia contribuito alla crescita del regista. In fondo Herzog senza Kinski non sarebbe quello che è oggi e viceversa. Dimenticato dai più Wheel of time – Kalachakra si concentra sull’insieme di preghiere e riti per attivare il seme dell’illuminazione che è presente allo stato dormiente in tutti gli esseri viventi. Il film si apre presso il tempio di Mahabodhi a Bodh Gaya, in India, dove secondo la tradizione, il Buddha fu colto dall’illuminazione. Oggi, ogni anno circa cinquecento mila pellegrini si radunano qui, dove viene iniziata la costruzione del mandala ossia un diagramma circolare che rappresenta, secondo i buddhisti, il processo mediante il quale il cosmo si è formato dal suo centro; la realizzazione consente una sorta di viaggio iniziatico che permette di crescere interiormente. Il rito a cui assistiamo consiste nella creazione di un mandala di sabbia colorata, rappresentante la ruota del tempo, nella quale il Buddha compare in oltre 700 manifestazioni della sua natura. Herzog riesce a riprendere la solennità con cui viene realizzato e i tentativi di trarne ispirazione dei fedeli che ruotano attorno ad esso. Alla fine del rito il mandala viene distrutto per dimostrare la caducità della vita. La voce di Marco Columbro nell’edizione italiana rende il tutto ancor più solenne, rispettoso. Herzog però non si ferma al mandala, il regista ci accompagna fino in Tibet, qui vengono mostrati i pellegrini che arrivano al luogo sacro chi a piedi chi con mezzi di fortuna, chi in ginocchio, chi strisciando. Ogni anno, nonostante le temperature rigide, il via vai dei pellegrini è maggiore. Ogni anno i pellegrini non abituati al freddo, muoiono. Infine la troupe si sposta nella cittadina austriaca di Graz, dove è presente una comunità buddhista molto attiva. E’ l’ultima parte del rito del Kalachakra e non si svolge all’interno di un tempio millenario bensì in un salone per conferenze alla presenza del Dalai Lama in persona, il quale avrebbe voluto esserci nella prima fase del rito ma per motivi di salute declinò l’offerta.

Il diamante bianco
Il diamante bianco

Ne Il diamante bianco invece si abbandona la religione. Il documentario è un sogno che diventa realtà. Ad essere esaminato è, nei primi minuti di filmati di repertorio, il desiderio di volare e le azioni prese (anche le più disastrose) affinché si realizzasse questo obiettivo. Concluse le immagini di repertorio allo spettatore non resta che fare la conoscenza con l’ingegnere inglese Graham Dorrington, il quale ci lascia entrare nel suo hangar in Inghilterra, dove progetta dirigibili ultraleggeri per sorvolare la giungla della Guyana. Questo è il suo sogno: sorvolare a pochi centimetri dalla fitta vegetazione la Guyana, muoversi in modo rapido vicino ai rami delle piante secolari e sorvolare le cascate. Il sogno di Graham e la sua persona (ha perso due dita di una mano da bambino mentre giocava con un razzo) lo fanno entrare di prepotenza nell’Olimpo dei personaggi Herzoghiani come Herzoghiana è la breakdance fatta vicina ad un precipizio. Anche Graham è un personaggio alla Fitzcarraldo. Torna la natura, torna la giungla filmata in tutta la sua maestosità da Herzog che accompagna l’ingegnere inglese nella sua missione. Ricco di immagini spettacolari, tecnicamente grandioso, Il diamante bianco è un film interessante e toccante. Una piccola perla firmata Werner Herzog. Se il messaggio ne Il Diamante bianco è fin troppo chiaro, credo invece che il messaggio di Grizzly Man sia stato frainteso. Diamogli anche fiducia al fu Timothy Treadwell.. Timothy nel neanche troppo lontano 1990 decise di mollare tutto ed avventurarsi in Alaska. Eccentrico, un pizzico innocente ma senza dubbio personaggio incosciente ed insolente, l’ecologista ed attivista Treadwell visse per 13 anni a contatto con i grizzly. A mio avviso l’uomo, non solo occidentale, ha oltrepassato da secoli quel confine che lo separa dalla bestia. Badate, non ha superato il suo lato animale né lo ha dimenticato ma nessuno potrebbe, vorrebbe e/o dovrebbe vivere a contatto con un grizzly. Treadwell al di là della sua innocenza, vede i grizzly come delle creature amichevoli, per 13 anni studiò e documentò le abitudini degli orsi grizzly fin quando proprio per la sua insolenza trovò la morte venendo sbranato da un grizzly assieme alla ragazza. Eppure ad ucciderlo non fu un orso, fu il suo sogno, la sua eccentricità, il credere di poter vivere a contatto di creature meravigliose ed allo stesso tempo terribili. Il suo sentirsi superiore all’uomo comune, l’aver creduto di comprendere qualcosa che l’uomo non può comprendere, sono stati fatali per il nostro. Timothy è contrapponibile ad Herzog: per il primo la natura è fatta da orsetti di gomma; per il secondo la natura è caos. Timothy ha preso la cosa sottogamba ed è morto, Herzog no. Per me non è il suo miglior documentario né uno dei suoi migliori ma resta un portale attraverso cui parlare del rapporto uomo-natura, sulla possibile convivenza fra l’elemento umano e quello naturale e sull’impossibilità di oltrepassare un confine stabilito. Girato come fosse un documentario The wild blue yonder   è un film con un unico protagonista, un alieno umanoide (Brad Dourif) che racconta la sua storia, quella della sua gente che, fuggita dal pianeta morente, è atterrata sulla Terra. Anche il mondo sta morendo, così il film racconta il viaggio nello spazio degli astronauti provenienti dalla terra. Il mondo sta morendo ma rimane sconosciuta la causa: guerra, diffusione di una malattia, radiazioni. L’equipaggio dell’astronave viene spedito nel cosmo per trovare un luogo adatto all’umanità e sbarca sul lontanissimo Wild Blue Yonder, il pianeta d’origine degli alieni giunti sulla Terra. La missione si trasforma in una missione suicida visto che al ritorno dei nostri la Terra si è trasformata..

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Wild blue..

In Rescue Dawn invece Herzog dirige il Vietnam. Rescue Dawn è la storia di un gruppo di prigionieri, è la storia di un soldato che non smette di lottare, è l’odissea di un ragazzo, è la giungla che si fa prigione, è il Vietnam riletto e diretto da Werner Herzog. A distanza di dieci anni dalla realizzazione de Little Dieter Needs to Fly, Herzog nel 2006 torna sui suoi passi e gira un film più “hollywoodiano” ma con lo stesso tema e se il film si è realizzato si deve in buona parte a Christian Bale. Herzog scelse il tema della detenzione in un campo di prigionia di un gruppo di soldati, agli attori offrì la possibilità di perdere peso e girò il film al contrario, in modo che Bale riacquistasse peso durante le riprese. In quest’opera Bale e gli altri “eroi” superano le loro condizioni, escono dal proprio schema e vanno ben oltre le loro possibilità, alla fine riescono a fuggire ma scopriranno che la vera prigione è la giungla. Torna la natura, il caos, il conflitto e la morte. Un film commerciale con tutti i criteri che lo rendono un bel film.

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Encounters at the end of the world
Girato in Antartide, l’autore assieme al suo cameraman Peter Zeitlinger ha documentato la vita nella stazione McMurdo, sull’isola di Ross. Sono il sentimento e l’immaginazione a guidare il regista. Herzog continua a trovare la bellezza e la poesia anche e soprattutto in un’ambiente come quello del Polo: Il freddo ghiaccio penetrerà in modo prepotente i vostri schermi. Siamo ai confini del mondo, ci perdiamo di fronte alla grandezza dell’Antartide. Qui, nel bel mezzo del nulla, Herzog riesce a filmare un mondo tutto da scoprire, proprio come i pionieri dei secoli passati ci troviamo di fronte a zone sconosciute ai più. In Encounters da un alto abbiamo personaggi che dichiarano di essere imparentati con antichi re aztechi, dall’altro abbiamo una natura maestosa dotata di grande bellezza e di un’immensa potenza. Una delle scene più suggestive è quella con un pinguino che vaga verso l’ignoto, impazzito, destinato a morire di fame. Encounters è un film fantastico, un sogno straordinario, uno dei documentari più belli della storia del cinema con delle magnifiche riprese subacquee realizzate sotto i ghiacci antartici da Henry Kaiser (già presenti in Wild Blue Yonder). Originale, toccante, spettacolare, ricco di immagini, in questo capitolo della filmografia di Herzog è la potenza delle immagini a fare da padrona. La natura in tutte le sue forme invade lo schermo e all’uomo non resta che prepararsi, allenarsi, essere pronto al peggio.. come dimostrano gli studiosi della stazione McMurdo. Di tutt’altra fattura è Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans che non definirei un remake del titolo diretto da Abel Ferrara. Senza scendere troppo nei dettagli il film è ambientato a New Orleans del dopo Katrina ed ha come protagonista indiscusso un Nicolas Coppola Cage fenomenale, imperdibile, nei panni di un detective che indaga (fra un eccesso e l’altro) sul massacro di una famiglia proveniente dal Senegal. Girato in una New Orleans malfamata, corrotta, Herzog dirige un validissimo poliziesco a tinte surreali. Le atmosfere sono tipicamente Herzoghiane, i personaggi soffrono di allucinazioni. Se pensate che questo sia il film più brutto di Herzog non avete capito quanto in realtà questo film racchiuda tutto il regista. Altro film “hollywoodiano” è MY SON, MY SON WHAT HAVE YE DONE, basato su un delitto avvenuto a San Diego, nel giugno 1979 quando Mark Yavorsky, promessa del basket e della recitazione, uccise la propria madre con un’antica sciabola lunga tre piedi, il film vede come protagonista un aspirante attore che recita in una tragedia greca. Oppresso dalla madre, commette nella realtà il crimine che deve mettere in scena. Ad indagare è il promettente detective WILLEM DAFOE che scopre come Il delitto vada ricercato nella instabilità dell’attore, nel rapporto con la madre e nella rielaborazione della tragedia greca di cui è parte. Antichità e modernità si fondono attraverso il protagonista. Un outsider come protagonista; un’autorità che mina il destino del nostro (la madre che ossessiona il figlio, la polizia che investiga sul matricidio); la follia che cresce mano a mano che la trama si infittisce, l’opera in questione presenta molti degli elementi e dei temi cari al regista, abbiamo. Herzog per caratterizzare al meglio il personaggio del killer interpretato da Michael Shannon si basò sul ricordo che aveva di Mark Yavorsky, incontrato anni dietro dopo il suo rilascio. Il regista non ha un ricordo positivo dell’uomo.. si dice lo terrorizzò. Si discosta drasticamente dagli ultimi due lavori analizzati Happy people a year in the taiga nel quale Werner torna ai confini del mondo in un ambiente rigido in cui le poche persone che lo abitano han fatto della sopravvivenza la loro ragion di vita. Nessuna strada, nessuna banca, nessun telefono, di corrente elettrica neanche a parlarne e zero servizi, la modernità insomma si è dimenticata di questa piccola comunità che vive la propria quotidianità secondo la tradizione, in una routine che dura da quando l’uomo ha messo piede in quelle terre.
La modernità si dimentica, Herzog no. Ma la modernità ha i suoi vantaggi, ci siamo adattati, ci siamo evoluti. Abbiamo inventato, trasmesso informazioni. La telecamera usata da Werner Herzog nel suo Cave of forgotten dreams è un chiaro esempio dei vantaggi della stessa. Eppure, la sfuggevole esperienza della vita condotta all’interno della città, all’interno delle metropoli in cambiamento o in paesi più o meno urbanizzati, ci ha anestetizzati. La capacità di Herzog è, senza mezzi termini o misure, quella di scuotere. La sua è una responsabilità artistica, una responsabilità profonda. Egli cattura in modo originale e suggestivo il “proto-cinema” delle pitture rupestri all’interno della grotta Chauvet. Non nego che, dietro le sublimi immagini immortalate dalla maestria del regista-reporter, ho visto un pizzico di disperazione. Siamo “Sapiens” solo sulla carta. In realtà sappiamo di non sapere. Ed ecco spuntare il disagio. Accuditi si, coccolati, ma disorientati. Abbiamo perso la nostra innocenza spirituale.

Cave of forgotten dreams
Cave of forgotten dreams

Basterebbe questo Cave of forgotten dreams e soprattutto Into the Abyss per farvi innamorare di Werner Herzog. Stupisce la sensibilità con cui dirige questo splendido documentario che, si, si concentra sulla pena di morte ma soprattutto sul perdono (con una valenza anche religiosa). Non è la prima volta che il regista instaura dei rapporti con criminali o ex-galeotti. Già negli anni ’90 Herzog ebbe modo di intervistare Mark Yavorsky, promessa del basket e della recitazione, che uccise la propria madre con un’antica sciabola. L’incontro non fu dei più piacevoli, infatti l’omicida terrorizzò il nostro che si basò sulla sua personalità per costruire il personaggio principale del film My Son, My son, what have ye done. In questa opera invece si racconta la vicenda e le storie dietro il triplice omicidio di Sandra Stotler, Adam Stotler e Jeremy Richardson perpetrato da Michael Perry e Jason Burkett. Michael Perry lo troviamo così, faccia da cucciolo indifeso, capelli corti, divisa da carcerato, dietro un vetro spesso, lo sguardo è perso nel vuoto e non sembra troppo sveglio. Le apparenze. Perry non sembra uscito fuori da un libro scritto da Lombroso ma un grave crimine pesa sulle sue spalle. Michael Perry ha ucciso degli innocenti, a fargli da complice un suo amico, e tutto per guidare una macchina. Il loro totem, il loro oggetto di culto, una macchina per tre vite. Herzog lo dice chiaramente nel film: tu non mi piaci ma ti considero un essere umano, una persona con i miei stessi diritti, e ti rispetto in quanto uomo. Non ha rispetto per quello che ha fatto ma per il regista il colpevole merita comunque un trattamento umano. Un trattamento umano, cosa che la pena di morte non offre. Certo, è impossibile mettersi nei panni di chi ha perso un parente, credo che in questi frangenti il sentimento o il risentimento, la voglia di vendicarsi vada per la maggiore. Herzog intervista una serie di parenti legate alle vittime e alcune pretendono vendetta. Eppure nella sua semplicità, la morte del colpevole ristabilirebbe l’equilibrio venuto a mancare con la perdita di un innocente, la pena di morte crea più problemi di quanti ne risolva.. e se fallisce, fallisce proprio nei confronti di chi vuole giustizia. Pensiamoci un attimo, prendiamo chi ha perso un caro per mano di un mitomane, la pena di morte se non offre giustizia è proprio a queste persone: il morto resta morto, la vittima non torna in vita dopo l’uccisione del colpevole, ed anzi è l’autorità stessa che si mette sullo stesso piano dell’omicida uccidendolo.
Probabilmente se fossi uno dei personaggi a cui è morto in questo modo un parente ragionerei di pancia ma Herzog tenta di fare il possibile per far capire l’importanza della vita. Un’alternativa valida secondo il regista potrebbe essere la prigione a vita ma non è facile parlare con chi ha perso un famigliare. Quindi questo macchinario procede all’infinito verso l’autodistruzione ma a volte qualche ingranaggio smette di funzionare. Questo è il caso del secondino che dopo l’ennesima esecuzione si rifiuta di continuare in questa direzione e si licenzia a rischio di non ricevere la pensione. Alla vita in carcere di Perry, che Herzog guarda con occhio critico (il messaggio non è: siamo tutti buoni; il messaggio è: vivi ma paghi le tue colpe in galera) va affiancato il cambiamento di una delle guardie che accompagnavano i criminali al braccio della morte. Into the Abyss è un inno alla giustizia, è un inno alla vita, è un film che ci fa fare una serie di domande sulla giustezza delle pene, sulla ricerca di una via alternativa alla pena di morte, sui traumi della perdita di un familiare per un parente e quindi il rapporto vittime-carnefice, temi che vengono affrontati con una certa sensibilità. Il regista non spettacolarizza, anzi ci fa riflettere. Uno dei documentari che preferisco del regista proprio per questo e lo consiglio sempre caldamente.
Spero lo speciale sia stato di vostro gradimento, è un bel malloppo di roba ma non poteva essere altrimenti.

Massimiliano “DonMax” Romualdi

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