Il vento e il leone, il cinema di menare incontra la storia.

My ambitions stopped at B Westerns… I thought that was a good life. I never wanted to be Hitchcock or some big mogul, I didn’t want to be Louis B. Mayer. I wanted to be, I don’t know what Budd Boetticher or something… John Ford, that’s who i wanted to be!

-John Milius-

Signore e signori, oggi ci siamo messi in due a parlare di uno dei personaggi più controversi della cinematografia americana. Parliamo di John Milius, un regista che ha dato vita a film incredibili e che ha contribuito alla realizzazione di veri e propri capolavori come sceneggiatore – Apocalypse Now ne è un esempio. I Coen si sono basati su Milius per realizzare il personaggio interpretato da John Goodman ne Il Grande Lebowski e lo so cosa state pensando, che stiamo parlando di un regista che si definisce fascista. Possiamo interrogarci per ore del fatto che quest’uomo si definisca senza problema fascista ma non siamo qui per questo.

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John Milius nella sua cameretta.

Siamo qui per parlare de Il vento e il leone. Negli anni ’70 l’industria cinematografica americana ha usufruito di una libertà creativa mai avuta precedentemente, ispirata dai successi del cinema d’arte europeo e del cinema indipendente. La nuova generazione di registi, i movie brats, è figlia del loro tempo. Sono anni difficili fuori dalle sale, la guerra del Vietnam ha causato una profonda frattura nella popolazione. In questo scenario, John Milius rappresenta una voce fuori dal coro tanto da essere in prima linea come volontario per partire in Vietnam. Viene scartato per problemi respiratori, sarà la prima volta che si sentirà sconfitto. Da marine a regista e sceneggiatore, è lui l’autore della frase “mi piace l’odore del Napalm al mattino”. John in Vietnam ci “tornerà” due volte con il già citato Apocalypse Now e con il più grande film generazionale (e sul Vietnam) degli anni ’70 Big Wednesday. John è uno dei registi americani più importanti del periodo sul piano intellettuale, stimatissimo dai suoi colleghi. Il suo film di cui parliamo, il secondo della sua brillante carriera, col Vietnam, apparentemente, non c’entra niente. Non è il già pluri-citato Apocalypse Now e non è nemmeno Taxi Driver del suo amico Scorsese. È un film sul rapimento di una cittadina statunitense in Marocco, nei primi del ‘900. Protagonisti dell’opera sono lo scozzese Sean Connery in veste di sultano berbero, Raisuli, e la vittima del suo rapimento, Candice Bergen, la signora Pedecaris, con due figli piccoli al seguito.

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Connery, Sean Connery

Nel mezzo Teddy Roosevelt, coinvolto in un braccio di ferro che preannuncia come nell’aria le cose stiano cambiando, in una scena ci si augura persino la guerra mondiale. Brian Keith è semplicemente perfetto nel ruolo di Teddy, la sua interpretazione è potente come la gigantografia della Bomba gettata su Hiroshima che Milius conserva nel suo studio.  Da notare poi come Brian sia stato usato dal “primo” Peckinpah che lo inserì come protagonista in Deadly Companion.

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Teddy Roosevelt

A oggi il vento e il leone è uno dei capolavori di Milius, un’opera frizzante, sanguigna, feroce ma anche con un pizzico di ironia. Non dobbiamo negarlo, se gli togliamo le scene “d’azione” questo potrebbe essere benissimo un film per tutti. Abbiamo i bambini, un sultano che si lamenta della sua condizione di sultano – appoggiato dalle potenze occidentali beninteso – contrapposto a Sean Connery che va in giro a far saltare teste, abbiamo Teddy R. che boxa neanche fosse un re-guerriero e abbiamo il lato comico della faccenda – Ma quest’uomo non ha rispetto per la vita umana?!?; entrambi si accusano di essere dei barbari. Le influenze de Il vento e il leone sono tante, e variegate. Si può leggere come un’avventura epica – un ossimoro, apparentemente, che abbina alla scoperta dello sconosciuto una proprietà simbolica tipica del genere epico sul piano della messinscena-, un omaggio ai film di cappa e spada di Kurosawa e al western, da John Ford a Sam Peckinpah. Proprio su quest’ultimo sarebbe bene soffermarsi. Peckinpah, a parere di chi scrive, è un regista che cambia i canoni del cinema americano sul finire degli anni ’60, un genitore della Nuova Hollywood a cui Milius appartiene. Si pensi, ad esempio, ai bambini che inizialmente vedono in Raisuli una minaccia attraverso lo sguardo della propria madre, successivamente assorbono l’ambiente violento del sultano berbero con cui sono messi in contatto. La sparatoria finale, inoltre, è un chiaro omaggio a quella che chiude Il mucchio selvaggio, tanto che Milius riprende la camminata dei “buoni” incontro alla morte – che poi non avverrà, poiché non si tratta di una tragedia, spoiler – allo stesso modo di Peckinpah, la scelta giusta per la ragione sbagliata.

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Il Mucchio di Peckinpah
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Il Mucchio di Milius

La personalità isolata rispetto all’opinione pubblica di Milius rende i suoi film unici. Renoir diceva che l’autore gira sempre lo stesso film, e in questo senso Milius è un autore, perché la moralità delle sue opere è profondamente personale e al tempo stesso lontana da logiche commerciali a cui invece appartengono le scene di genere, che Milius padroneggia. Il legame fra Raisuli e Roosevelt balza subito all’occhio dello spettatore. Sono gli opposti, eppure c’è un pizzico dell’uno nell’altro e viceversa. La lunga lettera che nel finale il sultano invia al Presidente degli States ne è la prova. Roosevelt e Raisuli vengono montati alternativamente, quando ci spostiamo negli States vediamo un uomo che spara con il suo Winchester, che boxa, che fa un comizio. Quando veniamo trasportati nel deserto, un nuovo West – anzi, il far west Europeo, l’Africa colonizzata dai bianchi – una frontiera ed allo stesso tempo una minaccia, si pensi al rapimento di una cittadina statunitense – ecco spuntare Sean Connery. Entrambe le figure sono, se vogliamo, ridicolizzate da Milius. Raisuli decapita tizi e monta a cavallo usando i propri uomini come scalette; Roosevelt boxa ma non ci vede da un occhio. I due si scontrino a distanza e con modi completamente diversi. Milius con questo film dimostra che è possibile fare un Lawrence d’Arabia – vengono riusati dei set- unito a Dillinger.

Il cameo di Milius
Il cameo di Milius

In un cinema americano dominato dal dualismo bene/male – John Wayne contro gli indiani ne è l’esempio più lampante – è utile studiare Il vento e il leone di Milius. Roosevelt viene quasi presentato come un antagonista, Raisuli come un personaggio dalle diverse sfaccettature. È un film idealista, tipico della produzione di John Huston, che ottiene anche una parte, John Hay, il segretario di Stato di Roosevelt. Raisuli e Roosevelt non s’incontrano mai, lontani chilometri, ma le loro vite dipendono l’una dall’altra. Siamo in periodo di elezioni e Roosevelt vuole sfruttare l’onda mediatica scaturita dalla cattura di Raisuli, nemico pubblico dell’America, urla ai quattro venti la frase: “Pedicaris vivi o Raisuli morto”. Raisuli è dapprima un personaggio che interrompe l’armonia dei protagonisti vicini allo sguardo dello spettatore, i Pedicaris, poi si rivela un condottiero da seguire. Le vite di Raisuli e di Roosevelt ruotano intorno al potere, ma chi ha questo potere? Chi agisce. Chi ha la spada o chi ha il fucile.

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L’Africa chiama, l’America risponde

Rispetto alla realtà il film è un pizzico differente: si parte dalla vera storia del rapimento di un greco molto benestante di mezza età – Ion Perdicaris – e non Pedecaris -, ex cittadino americano di seconda generazione, che aveva rinunciato al passaporto statunitense da almeno quarant’anni e viveva con la famiglia a Tangeri; Ion venne rapito da parte di una tribù berbera nel 1904, evento che spinse Roosevelt a inviare i marine in Marocco. Perdicaris si trasforma automaticamente in una donna ricca con tanto di bambini appresso – perché si lotta e si fatica per la patria e per la fica. Gli USA prendono la cosa molto sul personale e Roosevelt ancor di più. Degna di nota è inoltre l’analisi sui giochi di potere all’interno della famiglia di Raisuli. Ad ogni modo, al di là delle diverse fazioni presenti nella storia alla fine sarà Eden con l’aiuto delle truppe USA a ribaltare la situazione. Il berbero non era così cattivo e forse, in fondo, i due potenti si rispettavano – almeno nel film. Una delle scene più belle del film (al di là dell’arrivo dei marines in città) è relativa allo scontro finale tra Marocco, Germania e America. Cinema di guerra, cinema di menare e western si incontrano per formare lo scontro perfetto. Il vento e il leone è un film che consegna al mondo del cinema la visione di Milius, dopo il brillante esordio di Dillinger. Una visione imperialista, destinata a fallire, se pensiamo che il film fu distribuito nel 1976, quando l’America si stava ancora leccando le ferite a seguito della disastrosa guerra del Vietnam. Eppure, il film ottiene un successo inaspettato. Si vede qualcosa, nei film di Milius, che in altri registi americani del periodo è assente: una visione romantica nascosta da un’azione pura, giustificata da una forte moralità iscritta in tutti i personaggi. L’orso bruno citato da Roosevelt come simbolo americano perfetto, a causa della sua forza, intelligenza, ferocia, ma anche un po’ cieco e avventato, coraggioso, è una metafora che riassume anche il cinema di Milius.

Massimiliano “DonMax” Romualdi e Valerio “Old Bull Lee” Carta.

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