THE TRAIN

Questo che andrete a leggere è il secondo articolo scritto a quattro mani da Valerio Carta e Massimiliano Romualdi . Dovevamo, volevamo farlo perché era necessario celebrare in qualche modo un film di questo calibro. Ma ci stiamo dilungando, signore e signori ecco a voi THE TRAIN.

t-four

Nella prima metà degli anni ’60 il cinema americano affronta il primo grande periodo di crisi, a cui contribuisce il consolidamento di una nuova forma d’intrattenimento emersa nel decennio precedente, la televisione. Tuttavia, oltre a concorrere col cinema per il ruolo di principale catalizzatore delle serate delle famiglie americane, il piccolo schermo è anche una nuova fucina di talenti della camera. John Frankenheimer è uno di questi, spesso colpevolmente dimenticato dai manuali di storia del cinema, un regista importantissimo cresciuto in televisione e affermatosi nel cinema, la cui opera si colloca a cavallo tra il cinema americano classico e il cosiddetto periodo della New Hollywood. Il Treno, uno dei suoi capolavori, è uno spartiacque. Da una parte, è l’ultimo film d’azione in bianco e nero, dall’altra è il primo film ad unire il gusto di Hollywood per l’adrenalina all’emergente sensibilità artistica europea, a cui Frankenheimer tende le orecchie.

1944, Francia occupata dai Nazisti.
I tedeschi prevedendo la Liberazione della Francia organizzano il trasferimento in Germania delle più preziose opere d’arte francesi. Quello che rimane dello spirito della Francia sta per essere deportato in modo coatto nella tana del lupo. Eppure a gestire l’operazione è un ufficiale affascinato e competente in storia dell’arte: il colonnello Von Waldheim, un uomo che da sempre è affascinato da quella che il regime nazista considera “arte degenerata”. Lo troviamo assieme alla direttrice di un museo, in una stanza, a contemplare le sue delizie mentre la direttrice assiste impotente all’imballaggio dei quadri. La scena è accompagnata dai titoli d’apertura ed il misto di sentimenti che pregnano l’opera nei primi minuti rendono l’intro del film tanto bella quanto dura.
La direttrice contatta la resistenza mentre i gerarchi nazisti pianificano il trasporto delle opere d’arte; in un momento in cui mezzi e uomini devono essere sfruttati appieno affinché il III Reich non perisca, il Colonnello Von Waldheim mette l’arte sopra il valore della vita, sopra la vita degli uomini. Il trasporto dei quadri è così organizzato, le opere vengono dunque messe su un vagone di un treno che dovrà partire il prima possibile per la Germania Nazista. Effettivamente un carico composto dai quadri di Picasso e Renoir è l’equivalente di un tesoro, un bottino dal valore inestimabile, farlo arrivare a Berlino è un obiettivo secondo in importanza solo alla situazione sul fronte. Con la partenza del treno però scenderà in campo la Resistenza, la quale attraverso continue azioni di sabotaggio, dalle più ingenue alle più determinanti, rallenteranno a tal punto il cammino del treno da assistere alla disfatta dell’Impero Nazista.

Il film si apre con la scritta 1511° giorno di occupazione nazista. La gru si muove e la mdp si abbassa soffermandosi su un trio di soldati che fanno la guardia. Un’automobile si avvicina, si muove in profondità, scortata da una coppia di moto. I soldati di guardia sono in basso, questo long take termina con il colonnello nazista che entra nel museo. Si muove verso la mdp in un campo totale. La mdp che lentamente lo accompagna in un’altra stanza interrompe il suo percorso quando il colonnello si focalizza su un quadro. In questi primi minuti l’altra tecnica usata è il campo-controcampo usato nella scena in cui il colonnello ammira il dipinto e nel discorso avuto con la direttrice del museo. Il montaggio nei primi minuti è minimo, la mdp si muove ma è quasi impercettibile. Diretto secondo lo stile tipico del suo regista, barocco, nella tradizione di Orson Welles, ricco di spettacolari piani sequenza e profondità di campo, Il Treno è un classico del cinema. Con gli altri film di Frankenheimer, condivide il ritmo tipico della suspance, tipica delle produzioni di Hitchcock e di Clouzot, un elemento della narrazione conosciuto dallo spettatore e ignorato dai personaggi. Un altra delle caratteristiche nella regia de Il treno, è quando Frankenheimer riprende il soggetto in primo piano all’angolo, profondità di campo, personaggi chiaramente visibili sullo sfondo. Crea una prospettiva barocca. Queste sono inquadrature che appartenevano al cinema d’arte europeo. Frankenheimer applica l’estetica europea all’industria americana. La regia virtuosa, caratterizzata dalle carrellate in avanti ed indietro sui soldati nazisti, dalle inquadrature destabilizzanti e trasversali, attenta al particolare ai bulloni, agli assi eliminati, alle rotaie, rendono il film a dir poco adrenalinico. A livello narrativo è la suspance la era protagonista del film. La suspance è nutrita senz’altro dagli astuti piani di Paul Labiche – interpretato da Burt Lancaster-, volti a sventare il diabolico piano dei nazisti.
Nel cinema di John Frankenheimer, l’azione è supportata da abilità narrativa e ogni personaggio è caratterizzato allo scopo di motivare le sue azioni. Prendiamo ad esempio due personaggi de Il Treno interpretati da due grandissimi attori francesi, Michel Simon e Jeanne Moreau, che hanno lavorato con artisti europei del calibro di Renoir, Clair, Truffaut, Antonioni e tanti altri. I loro ruoli nella pellicola sono comprimari, ma entrambi colpiscono per la capacità di inserirsi nella narrazione catalizzando tutta l’attenzione dello spettatore.

picture-49
Michel Simon interpreta Papa. È la figura a destra, Papa è un macchinista ignorante come una capra che viene convinto a fronteggiare i nazisti..

Tratto dal romanzo Le front de l’art di Rose Valland, l’opera in questione originariamente doveva essere diretto da Arthur Penn. Egli, successivamente, assumerà la regia di Gangster Story, il primo vero film del nuovo corso che Hollywood intraprenderà con enorme successo, mettendosi alle spalle un preoccupante periodo di crisi. Frankenheimer è uno dei nomi da ricordare assolutamente, la luce nell’oscurità. Due dei più grandi registi americani, John Ford e Howard Hawks, sono stati maestri nell’arte del raccontare, e i loro film sono caratterizzati da un montaggio pressoché invisibile. La regia di Frankenheimer ne Il Treno e in altri film – Operazione diabolica forse è l’esempio più eclatante – è visibile. Il Frankenheimer Touch deve tanto al cinema europeo e al cinema dei propri padri, il primo segno di una globalizzazione cinematografica che ispirerà tanti ottimi registi contemporanei

Train05
Scene che DonMax adora.. ma pure Old Bull Lee sotto sotto

Due sono le scene che abbiamo preferito in assoluto: nella prima i treni si muovono mentre gli addetti gli addetti delle cabina scambi si occupano di scegliere quali treni far passare, si occupano degli scambi da fare (i binari sono inquadrati) intanto arrivano gli aerei accompagnati da una serie di inquadrature destabilizzanti che vedono i membri dell’esercito nazista e delle ferrovie statali francesi trovare riapre alla bene e meglio. L’intera sequenza è montata in parallelo mentre il treno del macchinista Papa interpretato da Michel Simon avanza. Intanto in campo lungo abbiamo le esplosioni, bellissime, esplodono i binari, a varie distanze esplodono i vagoni, i ponti, le torrette; l’altra è stata quella che concerne il camuffamento delle stazioni ferroviarie francesi. Il trucchetto fa credere ai soldati nazisti che il percorso è quello per la Germania ma in realtà è un percorso che porterà la locomotiva ad uno scontro con un altro treno a suo tempo deragliato mentre un’altra locomotiva irrompe nella scena. In questo modo John F. si permette di far deragliare un trio di locomotive, una dopo l’altra, in una spirale di devastazione.

Il finale colpisce per la dimensione drammatica che assume il film. Il colonnello Von Waldheim, interpretato da Paul Scofield, con un’arroganza fuori dal comune, faccia a faccia con il suo arcinemico – si noti il duello finale tra bene e male tipico del cinema western -, lo accusa di non conoscere i motivi dietro le sue azioni. “La bellezza appartiene agli uomini che la sanno apprezzare”, dice, e sfida non solo Labiche, ma anche lo spettatore, sul piano intellettuale. È per questo che Il Treno è un capolavoro. Per tutto il film abbiamo visto inseguimenti mozzafiato, nella tradizione americana di conferire particolare risalto alla locomotiva – pensiamo a Buster Keaton in Come vinsi la guerra -, vera protagonista della pellicola, ma non godiamo solamente del piacere della visione, a cui fin troppe produzioni di serie B americane si sono sempre abbandonate, ma anche della comprensione. Allo spettatore importa che quel treno non raggiunga la sua destinazione, perché gli è stato dato un motivo preciso per farlo, e cosa è più adatto dell’arte per toccare gli angoli più remoti dell’animo e della sensibilità umana?

Freni che stridono, vapore, treni che deragliano, fucilazioni, sabotaggi, ostaggi tenuti con il pugno di ferro, stratagemmi di ogni tipo (sublime quello che vede la deviazione del treno in una zona totalmente opposta da quella pianificata dai nazisti), rappresaglie, massacri, sudore, fuliggine e tanta tanta azione, sono questi gli elementi che rendono l’opera un fior fior di film bellico.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...