Naked City: la città diventa vera protagonista della storia

I Naked City sono stati una jazz band in attività tra fine anni ’80 ed i primi anni ’90, formata da John Zorn (alto sax), Fred Frith (basso), Bill Frisell (chitarra) e Joey Baron (batteria); in alcuni brani era presente Yamatsuka Eye (voce). Il genere musicale non è riconducibile solo al metal, non è facile da inquadrare perché si tratta di uno stile che racchiude free-jazz, grindcore, country, swing, ambient ed altre cose interessanti. Nel primo album, Naked City, ci sono molti riferimenti alla musica da film (si può ascoltare un rifacimento de Il clan dei siciliani composto da Ennio Morricone). Il loro contributo è stato essenziale per la riuscita di quel capolavoro che è Funny games. Una band di cinefili che molto probabilmente ha visto il film di cui andrò a parlare a breve dato che hanno scelto il loro nome dal capolavoro firmato Jules Dassin.

The Naked City – La città nuda è un’opera in cui si parla di omicidio, di truffe, di indagini. È un’opera che celebra New York, che la mette a nudo, che prende una delle sue otto milioni di storie (perché ogni abitante de La Grande Mela ha una storia da raccontare) e la indaga a fondo. Il film si apre con una lunga introduzione del produttore Mark Hellinger che è anche la voce narrante. Si apre come un documentario, la voce narrante esalta l’unicità della pellicola che andremo a vedere, le riprese aeree catturano la nostra attenzione, ci muoviamo fra gli edifici e le comunità che compongono questo mosaico urbano. Le riprese in esterni hanno un taglio semi-documentaristico proprio perché furono realizzate da un furgone nel quale venne nascosta la macchina da presa. Dai Bassifondi alla Downtown, la metropoli non è soltanto sfondo ma diventa vera protagonista della storia, così come la violenza, la criminalità e il degrado ambientale e morale che la caratterizzano. I primi minuti è tutto un’esaltazione di quello che si andrà a vedere e devo ammettere che l’opera di Dassin l’avrei dovuta vedere molto prima perché mi ha folgorato.

Ed è così che fra ricchi frequentatori di locali scintillanti e bruti che vivono in tuguri di periferia, una giovane donna viene trovata uccisa nel suo appartamento. L’ispettore di polizia Dan Muldoon (Barry Fitzgerald) e il suo assistente Jimmy Halloran (Don Taylor) iniziano le indagini sulla vita della bella ragazza. A piangere la giovane, dalle umilissime origini, i genitori che arrivano a condannare e maledire iddio per averle dato il dono della bellezza. Ma la bella non era ingenua, infatti era coinvolta in una serie di furti a discapito di un ricco dottore. Quindi, da un lato abbiamo i buoni, dall’altro i cattivi, in un angolo i traditi, dall’altro i traditori. Il film è improntato come se fosse un noir metropolitano ma a tratti risulta quasi sociologico, quando i poliziotti indagano vanno nelle lavanderie dei cinesi, nei ristoranti italiani e via dicendo.
Il film è potente, i personaggi sono caratterizzati benissimo e poi c’è tutta la sequenza finale dove il colpevole, cattivo fino al midollo e proprio perché cattivo necessariamente essere punito per espiare le sue colpe.. siamo negli anni ’40 cicci e nell’America degli anni ’40 (con il codex Hays in piena forza) i buoni vincono, i cattivi perdono e gli States dominano, viene quasi acciuffato dalla polizia ma fugge sul ponte di Brooklyn cercando un rifugio, che gli sarà fatale, tra i tralicci. Girato quasi come un documentario, imparentato secondo parte della critica con il neorealismo italiano, il capolavoro di Dassin forse ha un solo problema ovvero quella voce narrante che accompagna, pedina, lo spettatore e gli uomini sospettati di omicidio da Barry Fitzgerald. Ad oggi è questa l’unica critica che possiamo muovere a questo film che resta comunque una vera e propria perla. Si, ok, la trama è lineare ma viene arricchita da un paio di colpi di scena ben piazzati e poi abbiamo delle riprese fantastiche, una fotografia da Oscar di William Daniels che è capace di esaltarsi negli esterni metropolitani.

Un film potente come non mai, da vedere assolutamente.

Massimiliano “DonMax” Romualdi

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