The Hateful Eight: Tarantino ed il suo vero primo western

 

Una diligenza si fa strada nel paesaggio invernale del Wyoming. Sono trascorsi pochi anni dalla fine della guerra civile americana.
All’interno della diligenza due passeggeri sono diretti verso Red Rock. Voi direte tutto tranquillo no? Ragazzi è dai tempi di John Ford che le diligenze non sono tranquille. A bordo abbiamo John Ruth “il boia” il cacciatore di taglie interpretato da Kurt Russell e Daisy Domergue una assassina latitante interpretata dall’incredibile Jennifer Jason Leigh. Daisy deve essere “accompagnata” da John Ruth a Red Rock per essere impiccata ma durante il viaggio, a causa di una bufera di neve, saranno costretti a ripararsi in un rifugio di montagna dove faranno conoscenza di alcuni personaggi pittoreschi e, forse, di dubbia moralità. La trama per voi inizia e finisce qui, sappiate solo che qualcuno non la racconta giusta.

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La cosa bella in The Hateful Eight è che tutti i personaggi hanno un passato da rivelare. Non c’è spazio per gli eroi, c’è solo un mucchio di cattivi ragazzi in una stanza e raccontano il loro passato che potrebbe, o meno, essere vero. Sono in una stanza, si odiano per motivi personali o per razziali, e sono armati. Allo spettatore non resta che guardare cosa succede ma passerà metà del film a capire chi è il buono e chi il cattivo. Avete mai giocato a “BANG!”? Ecco, più o meno la stessa cosa ma diretto dal mitico Quentin Tarantino. Il film in questione è un western innevato, prima di Tarantino avevano fatto lo stesso Corbucci per Il grande silenzio; Altman per I compari e Pollack per Corvo rosso non avrai il mio scalpo (per citare quelli che mi vengono su due piedi). Ambientato nel Wyoming questa pellicola firmata Quentin Tarantella ha la particolarità di essere girato quasi completamente in ambienti chiusi. Ma il western lascia spazio all’indagine poliziesca quando il personaggio di Samuel L. Jackson indaga su quello che sta succedendo. Ecco, una delle cose che colpisce di The Hateful Eight è la caratterizzazione dei personaggi: Kurt Russell fa il cacciatore di taglie e con quei baffi è credibilissimo, ha le physique du rôle per fare “Il Boia”; Samuel L. Jackson è un maggiore amico di penna di Abramo Lincoln e non va proprio a genio allo sceriffo razzista, un sudista che faceva parte di una gang di ribelli che depredava i “negri”. Il cast è una grande rimpatriata fra attori che hanno lavorato con Tarantino o meno, c’è spazio anche per il favoloso Bruce Dern (Tornando a casa; Wild Bill; Ancora vivo; Nebraska solo per citare alcuni titoli) MA il motore primo dell’opera è Jennifer Jason Leigh nella parte di Daisy. Sopra le righe, la vedrete scatarrare, bestemmiare.. è rozza come non mai.

Jennifer si riconferma un’attrice fenomenale, in passato partecipò a film come The Hitcher, L’amore e il sangue, America oggi, Existenz e viene ripresa da Quentin dopo anni in cui si è vista poco in sala. Ad accompagnare questi personaggi c’è una colonna sonora, finalmente una colonna sonora degna del genere western, firmata Ennio Morricone. Ci sono poi una serie di tracce come la canzone Now you are all alone proveniente dal film l’ultima casa a sinistra di Wes Craven, che non sono firmate da Ennio Morricone ma nessun brano hip hop o Elisa.
Quando parlo di una colonna sonora degna del genere western intendo una colonna sonora che non ti fa pensare: ora esce 50 cent armato di uzi. The Hateful Eight è una pellicola dal montaggio veloce, dalle sparatorie che si svolgono in luoghi chiusi, con i ralenti e la musica in sintonia con le scene d’azione o le fasi di stallo. Una scena è particolarmente bella, un messicano suona al piano “Bianco Natal” mentre un personaggio sta per rivelare una verità altissima che porterà alla prima sparatoria del film. Per vedere questa sparatoria lo spettatore attenderà un’ora e mezzo mentre la tensione sale. Il film è artisticamente valido, rappresenta il West per quello che era: un luogo dove tendenzialmente puoi fidarti di poche persone e tre sono troppe; un luogo violento, di frontiera con tutti i vantaggi e gli svantaggi che da essa derivano; un luogo dove la donna ha difficile collocazione. Paradossalmente è proprio per quest’ultimo elemento che è stato criticato il film.

hateful eight samuel l jackson

Ho letto che in molti, hanno reagito con sdegno di fronte alla violenza mostrata nel film, concentrata soprattutto contro l’unico personaggio femminile, accusando il regista di misoginia e sessismo. A meno che non parliamo di Cable Hogue di Peckinpah, de I compari di Altman e altri casi, il genere western è fatto di uomini per uomini, nel western la donna ha una difficile collocazione e quando ha un ruolo è subordinato a quello maschile. Quindi in un genere maschio, anzi nel genere più maschio che ci sia nella storia del cinema americano e non solo. Dunque non mi stupirei qualora in epoca ottocentesca un Kurt Russell che fa il cacciatore di taglie dia una gomitata a una donna che è un criminale dal valore di 10 000 dollari.. 10 mila dollari dell’ottocento. Se è sessista questa pellicola, chiudiamo tutto, eliminiamo gli Heroic Bloodshed di Hong Kong, eliminiamo il noir. Francamente mi sono stufato di questi discorsi. Io purtroppo e per fortuna sono un fan di Tarantino (con delle riserve visto che da kill bill a Django secondo me si era perso per strada), da anni vedo le sue pellicole, quelle consigliate, quelle prodotte, quelle fatte. E probabilmente se siamo appassionati di cinema è perché a 16/17 anni passavamo le giornate a cercare tutti i film che quel folle consigliava.. e alla fine vedi pure the Demon Slayer che è orribile e allora capisci che il gusto di Tarantino è inversamente proporzionale alla sua capacità alla regia. Quando tre anni fa uscì Django mi lamentai parecchio, volevo un Tarantino maturo e oggi con the hateful eight ci siamo. È completamente diverso da Django, è molto più rigoroso e di citazioni non ne ho viste. Tarantino ha girato un “vero” film e non una parodia/mosaico di altri mille film che magari lo avevano temprato in gioventù. Il film è intelligente, durante la visione non si spegne mai il cervello, è cattivo fino al midollo: la tensione sale, si raggiunge il climax, si lascia un po’ la presa ma subito si risale. Fino all’accelerata finale. In meno di tre ore mi ha intrattenuto tantissimo, non spegni il cervello, stai attivo sul film e rimani a bocca aperta ed il tempo vola. Questa è una pellicola sentita, umilissima, che di eccessi ne ha pochi. Secondo me c’è stato un ritorno alle origini, come a voler dire: “Con Kill Bill, Bastardi, Django mi sono divertito. Ho fatto i giocattoli che volevate vedere. Ora no, ora faccio un western serio”. D’accordo, alcune scene senza scendere troppo nello spoiler servono a catturare l’attenzione del ragazzino che va al cinema per vedere Tarantino ma non demonizzerei questa scelta. Se arrivi al cuore del sedicenne e allo stesso modo arrivi al cuore del sessantenne allora, e solo allora, hai fatto il tuo lavoro. È un gran bel western che ha degli elementi, badate non delle citazioni, del western alla ford ad esempio. Si regge su solide basi, su solidi dialoghi, su solidi personaggi. Una sequenza potrebbe anche farvi dire: “Sembra la scena nel deserto fra Tuco e il biondo ne Il buono, il brutto e il cattivo” ma non è che per forza bisogna cercare le citazioni nel film di Tarantino anche quando non ci sono. Ogni volta diventa quasi una gara, ogni volta che esce un film di Trentin Quarantena diventa un “trova la citazione e postala su fb”.
Ricominciate ad andare al cinema per la gioia di vedere i film.
Ricominciate magari proprio da The Hateful Eight e non per questi discorsi sterili.

Massimiliano “DonMax” Romualdi.

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